I materiali ignifughi funzionano davvero? Il video che lo dimostra
Dopo la tragedia di Crans-Montana continuiamo a chiederci come sia stato possibile che quaranta ragazzi siano morti e che oltre un centinaio di persone siano rimaste ferite a causa di un incendio scoppiato in un locale chiuso. Tutto in pochi minuti. In un tempo così breve da non lasciare spazio alla fuga, alla reazione, alla comprensione di ciò che stava accadendo.
Un incendio, in apparenza, è sempre lo stesso: una fiamma che nasce, si allarga, consuma. Ma non tutti gli incendi si comportano allo stesso modo. E soprattutto non tutti gli ambienti reagiscono allo stesso modo al fuoco. Che cosa è successo davvero quella notte? Perché le fiamme si sono propagate con una velocità così devastante? E come può un locale trasformarsi, in pochi secondi, in una trappola mortale?
L’esperimento e i video
Per rispondere a queste domande, il comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Brescia, Luigi Diaferio, parte da un esperimento semplice, ma inquietante nella sua chiarezza. Un video. Due stanze identiche. Stessi arredi, stessa disposizione, stesso punto di innesco. A cambiare è solo una cosa: i materiali. Ed è lì, in quella differenza invisibile a occhio nudo, che il fuoco smette di essere un incidente e diventa una condanna.
Nel video a sinistra dello schermo, spiega Diaferio, ci sono materiali ordinari, non certificati per la reazione al fuoco. A destra, invece, materiali ignifughi, a norma, pensati per limitare la partecipazione all’incendio. La definizione «ignifugo» è convenzionalmente diffusa e usata, ma è imprecisa: non esistono materiali impossibili da bruciare. Meglio definirli «altamente resistenti al fuoco», limitando e ritardando lo sviluppo di una combustione.
Materiali non a norma
Il comandante indica la stanza a sinistra. Dopo pochi minuti il fuoco cambia comportamento. Le fiamme non restano circoscritte: si allargano, avvolgono l’arredo, salgono, mentre una coltre di fumo nero, spessa decine di centimetri, riempie rapidamente il locale. È una progressione veloce, quasi inesorabile e in quattro minuti e mezzo la temperatura nella stanza passa da 25 a 250 gradi centigradi. Un minuto dopo è salita a 600 gradi. Tutto ciò che può bruciare inizia a farlo. È il flashover, il momento in cui l’incendio diventa generalizzato e incontrollabile.
Poi Diaferio sposta l’attenzione sull’immagine di destra.
Materiali a norma
Qui il fuoco è diverso. Resta confinato, ancorato al punto di origine. Dopo quindici minuti la temperatura è di 30 gradi centigradi, salita appena di cinque gradi. I materiali resistono, non alimentano le fiamme, non rilasciano la stessa quantità di calore e fumo. L’incendio, sottolinea, è ancora fronteggiabile, gestibile anche con risorse ordinarie.
La differenza, ribadisce, non è nel fuoco, ma in ciò che lo circonda. Nel video, nella stanza a sinistra dello schermo, compaiono già i vigili del fuoco impegnati in uno spegnimento complesso, in un ambiente saturo di fumo e calore. A destra, quell’intervento non è ancora necessario: il tempo gioca a favore di chi deve mettere in sicurezza.
È a questo punto che il comandante collega l’esperimento alla tragedia di Crans-Montana. Un locale pubblico dove, come emerso, i materiali presenti non erano a norma. In quelle condizioni, spiega senza enfasi, il fuoco si comporta come nella stanza di sinistra: accelera, si moltiplica, toglie margine di fuga e di intervento.
Nelle case
Diaferio conclude riportando il discorso sulle nostre case. Nelle abitazioni private, ammette, è raro trovare materiali certificati come quelli della stanza di destra. Proprio per questo le attenzioni devono essere maggiori: distanze tra lampade e tende, fiamme libere lontane dai tessuti, rispetto scrupoloso delle indicazioni dei produttori.
Il messaggio è semplice e severo: leggere e rispettare le istruzioni non è un dettaglio. In quelle poche righe, spesso ignorate, c’è la differenza tra un incendio che resta confinato e uno che, in pochi minuti, diventa una trappola.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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