Si è occupata di detenuti a lungo come presidente del Tribunale di Sorveglianza prima di arrivare a Palazzo di Giustizia di Brescia. «E non possiamo nascondere che ormai da 20 anni quella delle carceri è un’emergenza per l’Italia», spiega Giovanna Di Rosa, presidente della Corte d’Appello. «Serve una misura choc» annuncia.
Canton Mombello ormai è una bomba a orologeria. Quanto può andare avanti una situazione così?
Il carcere di Brescia è notoriamente sovraffollato. La questione è sul tavolo di tutte le istituzioni ormai da troppo tempo. Il punto è che ci troviamo in una situazione quasi impossibile, come hanno sottolineato anche gli avvocati delle Camere penali, che hanno presentato la denuncia per le condizioni di disumana detenzione a Canton Mombello e sulla quale ora sono in corso le verifiche. Serve una svolta, perché la presenza di detenuti è ormai intollerabile. Siamo a circa 200 persone in più rispetto alla capienza consentita, ma non è una situazione di oggi: è una situazione stabile da anni. Serve un’iniziativa urgente.
Quale può essere l’intervento urgente?
Da tanto tempo ormai sono in discussione interventi per reinserire i detenuti, ma dobbiamo renderci conto che la popolazione carceraria spesso vive una condizione di povertà sociale, con persone che non hanno casa, non hanno lavoro e non hanno strumenti per tornare nella società. I numeri fotografano bene l’emergenza, e non sono solo quelli delle presenze che testimoniano il sovraffollamento. In tutta Italia, quest’anno, siamo arrivati a 46 suicidi e, a questo punto, serve un provvedimento che qualcuno potrebbe vedere come una scelta brutale: un nuovo indulto secco.

Con che regole? È inimmaginabile aprire le celle e dire «fuori tutti»…
Deve essere la politica a individuare le condizioni alle quali concedere l’indulto. L’ultimo è avvenuto nel 2006 e ritengo che, dopo vent’anni, sia la scelta immediata per rimettere a regime la situazione. Anche perché le misure alternative sono sempre più difficili da concedere: avrebbero bisogno di mezzi, persone e risorse che oggi in Italia mancano. Come a Brescia dove il tribunale di Sorveglianza è alle prese con una carenza di magistrati e di personale amministrativo. A livello strutturale invece prendiamo, per esempio, i tossicodipendenti che dovrebbero essere trasferiti fuori dal carcere e in comunità. Strutture che però non si trovano. Nel carcere di Brescia, poi, le occasioni lavorative sono poche, sia all’interno sia all’esterno della struttura. La risposta che lo Stato deve dare non può non andare nel senso della legalità e in quello del rispetto dei diritti, che non devono essere affievoliti solo perché una persona si trova in carcere.
Dice che molti detenuti non hanno casa e lavoro. Questo non va in contrasto con l’indulto e la libertà ritrovata?
Nella mia esperienza milanese avevamo creato un tavolo istituzionale con tutte le realtà in grado di affrontare le emergenze per le persone che venivano scarcerate. Un modello che potrà essere tranquillamente replicato anche a Brescia. A proposito della nostra realtà, non dimentichiamoci che stanno aumentando i risarcimenti nei confronti dei detenuti che denunciano condizioni disumane all’interno delle nostre carceri. Parliamo di otto euro al giorno per condizioni degradanti, oppure della riduzione della pena di un giorno ogni 15. Tutto questo va in contraddizione rispetto alla legalità, perché la giustizia che deve garantire la legalità si trova a essere nell’illegalità e, per questo, a risarcire i detenuti.

L’indulto che propone dovrebbe essere valido per ogni reato?
Credo che i parametri scelti nel 2006 avessero un senso, anche perché venivano esclusi da questo beneficio quei detenuti che stavano scontando pene per reati particolarmente gravi. Non per forza di cose parliamo di chi ha commesso un omicidio, perché anzi si tratta di un reato spesso irripetibile e che non riguarda la pericolosità sociale, e difficilmente un omicida è recidivo. I beneficiari dell’indulto dovrebbero essere soprattutto coloro che stanno scontando condanne per furti per bisogno. Sono tantissime persone che non possono che essere trattate in modo diverso rispetto a oggi. Non sono socialmente pericolosi, ma il loro è un problema di bisogno. E non può essere che finiscano in carcere, riempiendo le celle, solo perché non hanno una residenza e quindi non possono beneficiare di misure alternative.
Il governo attuale di centrodestra, che ha portato avanti anche una battaglia alla magistratura nei mesi di campagna elettorale sul referendum della giustizia, è immaginabile come interlocutore sul tema dell’indulto?
Non posso rispondere a questa domanda, anche se sottolineo che si tratterebbe di una questione tecnica e non politica. È chiaro che il tema del carcere è un grande problema per chi governa oggi, ma anche per chi ha governato negli ultimi vent’anni, anche perché ricordiamo che l’Italia era stata condannata dalla Corte europea proprio per le condizioni delle carceri, quando al governo c’erano forze politiche opposte rispetto a quelle odierne.
Nel frattempo, i tanto attesi lavori di ampliamento di Verziano come stanno andando?
Possiamo dire che non sono ancora decollati, ma ritengo che si debba tenere conto della disponibilità del Comune di Brescia di espropriare alcuni terreni vicini a Verziano, così da evitare che l’ampliamento vada a ridurre le aree trattamentali dello stesso carcere. Altrimenti si va ad ampliare da una parte, ma si va a compromettere il percorso dei detenuti dall’altra.




