«Sei solo una donna, cosa ne vuoi sapere?». «Zitta e cucina». «Non hai bisogno di un conto corrente, bado io alle spese». Sono solo alcune delle frasi che ancora oggi molte donne si sentono dire da compagni, padri o figli. Nessun insulto esplicito, nessuna offesa grave. Solo parole che nascondono un’eredità culturale difficile da sradicare. «Chiamatelo patriarcato o, se preferite, semplicemente sistema culturale occidentale». Poco importa la definizione: «Se ancora oggi ci sono donne che non hanno una propria autonomia finanziaria, significa che il lavoro da fare è ancora tanto».
In Italia poco più di una donna su due lavora e, quando lo fa, spesso è impiegata a tempo determinato e deve tener conto di un certo divario salariale rispetto agli uomini. È quanto emerso ieri dall’incontro «Generiamo iDEE insieme 2026, Educazione finanziaria ed equità di genere» moderato dalla direttrice del Giornale di Brescia, Nunzia Vallini, e promosso da Bcc Agrobresciano, insieme a Federazione lombarda, iDEE (l’associazione delle Donne del credito cooperativo) e Fondo sviluppo. Un’iniziativa che rientra nel progetto «Le Bcc per l’indipendenza economica delle donne – Una donna, un lavoro, un conto» e si pone l’obiettivo di promuovere la cultura dell'educazione finanziaria e della parità economica di genere.
Il quadro
Nelle filiali di Bcc Agrobresciano di Brescia e provincia «si contano 10mila conti correnti cointestati, 9.700 intestati a uomini e quasi 9mila a donne – dichiara il presidente dell’istituto di credito Osvaldo Scalvenzi –. Un quadro tutto sommato positivo che mette in luce autonomia, indipendenza e riservatezza delle donne».
Ma se nel Bresciano ci sono segnali incoraggianti, non si può dire lo stesso a livello nazionale, dove solo il 58% delle donne possiede un conto corrente personale. «Un segno evidente che esiste ancora un gender pay gap – commenta la presidente di Idee Teresa fiordalisi –. E che la strada verso una piena autonomia economica e una reale libertà di scelta è ancora lunga».
Si tratta di donne generalmente con un’età compresa tra i 40 e i 55 anni. Nella maggior parte dei casi sono straniere e non conoscono pienamente i propri diritti i servizi a disposizione. Donne che puliscono le scale, fanno le badanti e da un punto di vista finanziario risultano quasi invisibili. La domanda che le accomuna è sempre la stessa: «Come faccio a venirne fuori?».
Così chiedono aiuto, spesso alla prima figura di ruolo che incontrano. Lo sa bene Elisa Chiaf, sindaca di Borgosatollo già docente di Economia all’Università degli Studi di Brescia, che ha contribuito all’avvio della scuola Prime Minister in città per promuovere l’impegno politico già nelle giovani. «Bussano alla porta del Municipio e chiedono aiuto – racconta Chiaf –. Spesso arrivano in situazioni di emergenza, perché non ce la fanno più e chiedono una casa pubblica per poter lasciare il marito».

A volte la loro richiesta si traduce in un nuovo inizio di vita, grazie al supporto dei servizi sociali e dei centri antiviolenza. Tuttavia non tutte le storie hanno un lieto fine. Perché se è vero che gli strumenti di sostegno esistono, è altrettanto vero che la mancanza di autonomia economica continua a rappresentare uno dei principali ostacoli.
«Come nella storia di Anna (nome di fantasia) – racconta Paola Bignotti, operatrice del centro antiviolenza Chiare Acque – che lavora con il marito da dieci anni, senza percepire uno stipendio ed è vittima di abusi economici e psicologici». Una situazione che Bignotti conosce bene e che si inserisce nel lavoro quotidiano di ascolto, accoglienza e assistenza psicologica e legale che il centro svolge per le vittime di violenza in ambito familiare ed extra.
A scuola e a teatro
Ma Anna è solo una delle tantissime storie sfortunate. Come lei altre donne sono ancora oggi vittime di abusi economici e psicologici, in famiglia, a lavoro o a scuola. Per questo, insistono le referenti, «è importante educare all’equità di genere economica sin da una tenera età».
Come fa Barbara Alari, docente all’Università Cattolica di Brescia e referente progetti dell’Istituto comprensivo Rinaldini di Ghedi, impegnata nella formazione dei futuri insegnanti sull’importanza dell’educazione economica e nella promozione di giochi matematici dedicati agli studenti.
Ma l’educazione alla parità di genere economica la si può fare anche nei teatri, luoghi dove «la comunicazione arriva dritta alla pancia delle persone – spiega Laura Mantovi, attrice e regista di spettacoli sulla violenza di genere –. Credo che la violenza di genere sia un fenomeno profondamente culturale. E noi, come artiste che fanno cultura, abbiamo scelto di affrontarla proprio da questo punto di vista, facendoci carico delle storie di donne che ogni giorno lottano per la propria libertà».
Presenze
L’incontro si è svolto anche alla presenza di Osvaldo Scalvenzi e Antonella Formentini, rispettivamente presidente e vicepresidente di Bcc Agrobresciano, Angeluccio Prestini, presidente del comitato Soci e cultura, Alessandro Azzi, presidente di Federazione lombarda, Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation e Loris Bellina, formatore della Fondazione per l’educazione finanziaria Tertio Millenio.




