Duemilacentotrentasette. Questo è l’anno in cui, secondo il World Economic Forum, sarà raggiunta la parità di genere nel mondo. Non oggi. Non ancora. Tra 111 anni. Tra cinque generazioni. Almeno. Il numero lo snocciola in apertura dei lavori del convegno «Parità di genere, gender gap ed empowerment femminile» la professoressa di Economia e gestione delle imprese dell’Università degli Studi di Brescia (nonchè founder di Panda) Mariasole Bannò, per poi riprenderlo al termine del suo intervento, e dare il polso di quanto la tanto osannata parità di genere sia in realtà un miraggio ancora lontano.

L’appuntamento, organizzato dal Giornale di Brescia nella sede cittadina di Banca del territorio lombardo-Btl, apre una parentesi di confronto e riflessione su uno dei temi più caldi del momento: per essere competitiva, l’impresa, ha bisogno anche di questo, di modificare i meccanismi che regolano l’intervento e il coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro. Perché l’inverno demografico lo richiede. E perché uno sguardo diverso sulla realtà, forse, oggi è più vitale che mai. Del resto, il tema della parità, retributiva e non, è oggi qualcosa di tutt’altro che accessorio.
Strategica
Al contrario, che la competitività passi anche da lì è ormai cosa certa. Lo dice a chiare lettere Matteo De Maio, direttore generale di Btl, quando racconta che l’istituto di via Sostegno da mesi sta portando avanti il lavoro di certificazione sulla parità di genere, strategico «sotto il profilo etico ma anche di efficienza delle strutture e del sistema». E lo ripete la consigliera di parità regionale Annamaria Gandolfi, per la quale la certificazione diventa «uno strumento per cambiare visione». E non solo perché «è giusto per le donne – affonda - ma perché c’è un gran bisogno di forza lavoro». Sì, perché se alle donne davvero venissero date le stesse opportunità degli uomini, tutti ne gioverebbero.
E ancora una volta lo dicono i dati. «Se riuscissimo ad eliminare anche solo la segregazione orizzontale, il Pil europeo in 20 anni incrementerebbe di 3 trilioni di euro» rimarca Bannò, che snocciola intanto i dati bresciani di una «esclusione» che ancora pesa: nella nostra provincia, il gender pay gap incide per il 20,4% (a parità di funzioni le donne guadagnano il 20% in meno rispetto agli omologhi maschili) mentre se si guarda alla segregazione orizzontale si nota che a godere delle promozioni di carriera sono, in tutte le categorie, per oltre il 70% gli uomini, che di contro usufruiscono solo per il 15% dei permessi parentali.
Numeri che, ancora, parlano di come una donna, per raggiungere i medesimi obiettivi di un uomo, «debba lavorare di più ed essere più brava», puntualizza nella sua testimonianza Cristina Zanini, direttore generale di InnexHub.
Passi avanti
Eppure… qualcosa si muove. Nel mondo delle banche, tradizionalmente di appannaggio maschile, dove «si sta lavorando molto sul riconoscimento e la valorizzazione del ruolo delle donne» spiega l’amministratrice di Btl Francesca Capoferri, chiamando in causa anche la più ampia politica di Cassa Centrale.
E in quello dell’impresa, le fanno eco tanto il presidente di ProBrixia, Roberto Zini, quanto il ceo di Ibs Consulting, Alberto Bertolotti. «Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo nel mondo del lavoro, e sono convinto che quello delle donne, complici la loro sensibilità ed empatia, possa fare la differenza» evidenzia Zini, mentre Bertolotti, nel raccontare la trasformazione affrontata da Ibs nell’ultimo quinquennio, aggiunge: «Siamo passati dal 40 al 58% di presenza femminile, spingendo molto sulla flessibilità e sulle politiche per la genitorialità, con ottimi risultati anche sotto il profilo del marketing». E conclude: «Cambiare cultura e mentalità può essere molto faticoso, ma può anche portare a risultati che nemmeno immaginavamo».



