Cartoline bresciane

Il conforto di una poesia che si chiama Borghetto

Un antico scrigno di case, acqua e pietra: sono i secoli ad aver reso questo villaggio romantico da ogni punto di vista
Uno scorcio di Borghetto
Uno scorcio di Borghetto

Borghetto era un avamposto medievale edificato a filo d’acqua nel punto in cui il Mincio si dirama tra i colli morenici. Dapprincipio non era romantico, visto che si trattava di un luogo fortificato. Su una riva sorgeva la Corte Regia, la (per sua natura poco poetica) barriera doganale costruita dai longobardi sul Mincio (confine tra i longobardi di Brescia e quelli di Verona), poiché questo era l’unico guado sicuro tra Mantova e il Garda. Per attraversarlo si pagavano i dazi che resero prospero il paese. In seguito Borghetto divenne parte del Serraglio, la linea difensiva degli Scaligeri contro Mantova (zona di controllo militare, zero poetica).

In centro paese, nell’antico Monastero di Santa Maria (di cui resta l’abside dell’XI secolo), divenuto nel Settecento la chiesa di San Marco Evangelista, i Templari (il solo pronunciarne il nome evoca gesta eroiche) invece gestivano il passaggio di merci e viandanti. Riscuotevano i pedaggi, ma i proventi venivano utilizzati per accogliere i pellegrini e per le Crociate.

Il borgo in sé, nel quale si entra attraverso una porta-torre trecentesca costruita con i ciottoli della riva, consta di una manciata di edifici disposti nei pressi dell’acqua (alcuni ricavati dai baluardi della cinta muraria), tra i quali alcuni mulini del Quattrocento le cui pale, restaurate, si vedono ancora. Sono i secoli ad aver reso questo villaggio romantico da ogni punto di vista.

Basta guardarlo da lontano, dall’ardito Ponte, lungo 650 metri e largo 21, voluto da Gian Galeazzo Visconti alla fine del Trecento, monumentale capolavoro d’ingegneria che taglia in due la valle, concepito per essere una diga che deviasse il corso del Mincio. Un altro ponte, piccolo e particolare (fatto metà in muratura e metà in legno), è dedicato a San Marco, sebbene prima fosse intitolato a San Giovanni Nepomuceno, il protettore dei ponti per antonomasia, che da una nicchia lo presidia.

Questo nucleo di case nella bella stagione è tutto un brulicare di persone. Il brusio dei ristorantini affollati (i tipici tortellini di Valeggio non a caso si chiamano «nodi d’amore»), il fiume che scorre rinfrescando l’aria nelle sere calde. Se invece capiti in un tardo pomeriggio d’autunno, con la nebbiolina sul fiume e il freddo umido che entra nelle ossa, l’atmosfera è ovattata, avvolgente. Viene voglia di restare.

C’è un angolo, in fondo alla strada che costeggia la riva, in cui dai le spalle al borgo e non lo vedi più. È vicino eppure ti sembra di essere approdato in un altro mondo. Trovi enormi massi levigati dall’acqua, ti siedi sulle bianche e ampie pietre d’argine e guardi la piccola cascata spumeggiante. C’è solo lo scorrere del Mincio tra i canneti e un’idea di castello in lontananza. È il posto perfetto per lasciarsi andare a sospiri troppo a lungo trattenuti. Per ritrovare la poesia che credevi di avere perduto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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