Carismatico santo delle origini, nato nel 347 a Stridone (città distrutta dai Goti nel 379, situata nell’odierna Croazia) e morto a 73 anni (età considerevole per il IV secolo), Girolamo non fu martire, bensì studioso, curioso di antichità nonché colui che produsse la versione latina della Bibbia, la cosiddetta Vulgata. Non a caso è il patrono di archeologi e traduttori.
Giovanni Gerolamo Savoldo gli rese omaggio in un quadro realizzato verso il 1527 e oggi alla National Gallery di Londra. La dipinse durante il suo soggiorno in laguna, visto che la chiesa che s’intravede sullo sfondo è quella dei santi Giovanni e Paolo a Venezia.
Gerolamo è in ginocchio, unica figura umana tra la nuda roccia da una parte e l’acqua e il cielo dall’altra. Si frappone non per separare i due ambienti naturali, bensì per unirli. Lui, la dimostrazione che una persona può seguire strade che sembrano opposte, operare scelte all’apparenza discordanti eppure rimanere fedele a se stesso e a ciò in cui crede. Eremita e fine intellettuale, sapeva maneggiare la penna per scrivere, ma anche il sasso per battersi il petto qualora insorgessero tentazioni. Qui indossa una lacera e sbiadita veste cardinalizia, lontano ricordo di privilegi abbandonati senza rimpianto. Girolamo ha davanti un libro e un crocifisso e in mano una pietra. Nell’ombra, nascosto, c’è il leone al quale egli aveva tolto la spina dalla zampa. È il suo animale da compagnia, simbolo della fede che doma le passioni. Dunque sapiente e penitente, mite e coraggioso, studioso e muscoloso.
Il contrasto, chiave di lettura dell’opera, all’inizio era sottolineato anche dai colori. Infatti l’intenso paesaggio notturno che ora vediamo in origine era un’alba. Colpa dello smaltino, pigmento ottenuto mischiando ossido di cobalto con polvere di vetro, economico e facilmente reperibile nella Serenissima, allora leader mondiale nella lavorazione di questo materiale. Costava molto meno del lapislazzulo e consentiva di ottenere un blu intenso, che però il tempo ha degradato rendendo il cielo plumbeo e attutendo la contrapposizione tra la luce del mattino e la scura roccia del deserto.
Tale modifica involontaria ha conferito un’aura unica all’opera, che, così com’è ora, prefigura atmosfere caravaggesche. Così come i contrasti cromatici del dipinto sono stati sfumati dal tempo, le contraddizioni dell’anima si sfumano nell’immagine di un uomo che non è del tutto risolto (altrimenti non dovrebbe auto-infliggersi sassate), ma ci prova con l’aiuto di natura e cultura, perso com’è tra un roccioso deserto e un’alba divenuta notte. Chissà se è un caso che la sua festa sia l’ultimo giorno di settembre, quando la luce cala e si va aprendo la terza stagione dell’anno e della vita, quella della riflessione. «Ogni giorno cambiamo, ogni giorno moriamo, eppure ci crediamo eterni» (Lettera 60, a Eliodoro).




