Brescia e Hinterland

Bombe al pentito: cinque condanne e due assoluzioni, ma esclusa la mafia

Pene complessive per 29 anni di carcere per la detenzione delle armi da guerra. Due dei condannati sono a processo anche per omicidio
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

Il Palazzo di Giustizia di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Il Palazzo di Giustizia di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Condanne tra i 4 e i 6 anni e 11 mesi per cinque imputati. Assoluzione per due. Esclusa per tutti l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Ci vorranno 60 giorni per le motivazioni delle sentenza di primo grado che ieri pomeriggio ha portato i primi verdetti su quello che secondo la Procura della Repubblica era un piano per mettere per sempre a tacere un pentito e rimarcare la presenza, e la potenza, sul territorio di una famiglia di ’ndrangheta, i Crea di Rizziconi, provincia di Reggio Calabria.

Nello specifico Vincenzo Larosa, ritenuto l’uomo di fiducia della cosca, è stato condannato a sei anni contro i 12 chiesti dalla Procura, Francesco Candiloro, titolare di un laboratorio di pasticceria in città, sei anni e otto mesi invece dei 10 e otto mesi richiesti, Massimiliano Cannatella quattro anni anziché tre e otto mesi, Philip Spinel cinque anni e quattro mesi invece dei quattro richiesti dal pubblico ministero e sei anni e 11 mesi per Gianenrico Formosa per cui la richiesta era stata di quattro anni e otto mesi. Assolti invece Michelangelo Tripodi e Giusepe Zappia per cui erano stati chiesti rispettivamente nove anni e sei anni e due mesi.

Tutto ruotava attorno a due bombe a mano e una pistola che furono trovate nel corso di una più ampia indagine dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Quelle armi da guerra avevano, secondo la Procura, lo scopo di essere utilizzate per un attentato ai danni di un ex appartenente alla famiglia poi diventato collaboratore di giustizia che ora vive in provincia di Belluno, nel paese di Casale d’Agordo.

Spedizione fallita

Stando alle indagini il gruppo di fuoco si mosse per far saltare l’auto dell’ex sodale da punire ma, per una serie di errori e imprevisti, non riuscì a portare a termine la missione. Sul conto del gruppo non sono finite solo le intercettazioni telefoniche e le relazioni di servizio degli investigatori che hanno osservato e pedinato gli indagati ma anche le ammissioni e le confidenze di due degli indagati che sono diventati nel frattempo collaboratori di giustizia, che sono stati trasferiti in località protette e che per il contributo che hanno fornito alle indagini hanno avuto degli sconti di pena.

Vicenda parallela

Candiloro e Tripodi sono attualmente a processo anche ad Ancona per una vicenda analoga, in cui però l’obiettivo venne raggiunto. L’antimafia ritiene infatti che furono loro i due sicari che, a Natale del 2018, freddarono con diversi colpi di pistola Marcello Bruzzese, fratello del pentito Girolamo, anche lui ex affiliato della cosca di Rizziconi e poi collaboratore di giustizia.

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