«Il mio socio nella ’ndrangheta? Forse aveva una doppia vita»

Il giorno dopo il blitz, chi lo ha vissuto è ancora sotto choc. «Sono venuti qui i Ros, incappucciati e hanno sequestrato i computer» racconta il socio di Francesco Candiloro, calabrese di Polistena, da vent’anni nel Bresciano e ritenuto il killer della ’ndrangheta che il giorno di Natale del 2018 avrebbe ucciso a Pesaro Marcello Bruzzese, fratello di un collaboratore di giustizia.
Candiloro è socio di minoranza, al 40%, di un laboratorio di pasticceria della città, realtà con una ventina di dipendenti estranea alla vicenda. Sposato con una donna straniera è padre di due figli. Alle spalle nessun precedente. «Non so cosa pensare. Siamo in società da tempo e amici. Mi chiedo se parliamo della stessa persona o se invece lui ha una doppia vita - si chiede il socio -. Mi sembra di vivere in un film». Nella palazzina dove Candiloro abita i residenti hanno ancora negli occhi le immagini del blitz di carabinieri e Finanza. «Preferisco non parlare» si limita a dire dal citofono la moglie.
Le accuse
Nel primo interrogatorio Candiloro si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al pm. Ora il 42enne incontrerà il gip per la convalida del doppio decreto di fermo che lunedì lo ha portato in carcere con l’accusa da una parte, contestata dalla Procura antimafia di Ancona, di omicidio per la morte di Bruzzese e dall'altra, per mano della Distrettuale antimafia di Brescia, di ricettazione e detenzione di armi comuni e da guerra. Con l’aggravante in entrambi i casi «di aver commesso il fatto con la finalità di agevolare la ndrangheta operante nel territorio della Provincia di Reggio Calabria» scrivono gli inquirenti, che a Brescia hanno disposto anche il fermo di Vincenzo La Rosa residente a Taurianova, Giuseppe Zappia, di casa a Nuvolera, Michelangelo Tripodi di Vibo Valentia e accusato ad Ancona di omicidio insieme a Candiloro, e Gianenrico Formosa, bresciano 50 anni compiuti da pochi giorni e che abita a Flero.
L'attentato
Stando alle contestazioni del pm Teodoro Catananti, avrebbero tutti concorso nella detenzione di pistole e bombe a mano. Armi da utilizzare per conto della cosca Crea per uccidere - dicono gli atti - un calabrese residente da tempo a Canale d’Agordo, il paese in provincia di Belluno che diede i natali a Papa Luciani, e condannato per un duplice omicidio commesso nel ’92 in provincia di Reggio Calabria e già vittima in passato di un tentativo di omicidio. «Era da punire per il tradimento alla cosca e - scrive il pm - per evitare che rivelasse agli inquirenti dettagli in merito ai fatti di sangue avvenuti durante la cosiddetta seconda guerra di ’ndrangheta sul territorio della fascia tirrenica della provincia reggina». L’attentato saltò «in ragione - si legge agli atti - di alcuni lavori di ristrutturazione in atto presso l’abitazione in cui risiedeva l’obiettivo dell’attentato e per l’impossibilità di collocare la bomba a mano - trasportata da Brescia a Canal d’Agordo - sotto l’autovettura della vittima, non presente al momento del sopralluogo».
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