La drammaticità delle immagini e delle informazioni che arrivano, aggiornandosi in continuazione, dalle valli del Nepal, restituisce con il tempo che passa un quadro più preciso del disastro che ha preso forma pochi giorni fa.
La distanza spaziale che ci separa dalle vallate e dalle montagne dell’Himalaya sembra poter rimandare l’ipotesi che eventi analoghi possano accadere sull’arco alpino, ma la storicità di alcuni eventi accaduti, la conoscenza delle caratteristiche geologiche e glaciologiche, e l’evoluzione in corso dei parametri climatici induce a mantenere alto il livello di attenzione anche tra le montagne italiane. L’interrogativo che sorge in questi giorni è quindi: anche sui nostri rilievi possono accadere fenomeni simili?
Cerchiamo risposta a questa domanda inoltrandola a Giorgio Vassena, professore associato presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, Territorio, Ambiente e di Matematica dell’Università degli Studi di Brescia, già presidente del Comitato Tecnico Scientifico del Club Alpino Italiano, e autore di numerose ricerche e attività di rilevamento applicate ai contesti glaciali in diverse zone del mondo.
«Certamente sono possibili – risponde Vassena – anzi, accadimenti analoghi sono già avvenuti, come richiamano alcune dinamiche relative al fenomeno che ha interessato la Val Rabbia e il paese di Rino di Sonico nel 2012».
Lei ha maturato esperienza anche negli ambienti dell’Himalaya. Quali sono i fattori di pericolosità che interessano le montagne più alte del mondo?
Per effetto dei cambiamenti climatici la riduzione delle superfici glaciali sta favorendo la formazione e la crescita di laghi temporanei, che espongono le vallate sottostanti al rischio di inondazione per tracimazione, un fenomeno internazionalmente noto come GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), dal potenziale distruttivo e che può avvenire con preavviso ridotto. Le immagini satellitari rese disponibili in queste ultime ore hanno posto in evidenza proprio la formazione di due laghi temporanei di incerta volumetria.
This is seriously scary. CCTV footage from Gyirong Port in Tibet, China, directly opposite Nepal’s Rasuwa district. This flash flood hit here first and later caused massive havoc in Nepal. Can’t even imagine someone surviving this. Prayers for everyone affected. 🙏 https://t.co/o805P8KGSu pic.twitter.com/31QzZ64aBD
— Nikhil saini (@iNikhilsaini) August 26, 2026
Si tratta di pericoli che interessano solo le zone dell’Himalaya nepalese?
No, sono esposte anche popolazioni dell’India, del Pakistan, del Perù e della Cina, e non sono esenti nemmeno le Alpi, come testimonia la formazione del lago effimero del Belvedere sul Monte Rosa nel 2002 che ha generato grande preoccupazione e mobilitazione da parte di tecnici e della Protezione Civile. Il timore che imponenti frane o laghi glaciali possano tramutarsi in ondate di piena di fango, acqua, ghiaccio e detriti è presente oggi anche tra le nostre montagne.
Qualche esempio?
Gexcel, spin off dell’Università di Brescia, ha monitorato la dinamica evolutiva del seracco della Punta San Matteo nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, dove una grande porzione di ghiacciaio ha destato molta apprensione.

I ricercatori bresciani operano anche sull’Himalaya?
Sì. In Nepal abbiamo attivato alcuni anni fa il monitoraggio dello sbarramento detritico che forma il ghiacciaio Imja alle pendici del monte Lhotse, nel parco nazionale del Monte Everest. I movimenti non fecero temere il cedimento dello sbarramento che generò il lago, ma rimase attuale il pericolo che un crollo di materiale glaciale e detritico potesse innescare un’onda di piena e generare un fenomeno di glof.
Quali strumentazioni si utilizzano?
L’Università di Brescia ha sviluppato e testato soluzioni innovative che prevedono l’utilizzo di laser di misura che osservano pendii franosi e forniscono in tempo reale un allarme in caso di smottamenti.



