Cronaca

Valcamonica, il geologo: «Si accumula energia e parte la devastazione»

Luca Albertelli spiega come si siano potuti verificare i dissesti della Val Rabbia e del Vallaro: «Quando arriva la precipitazione, il bacino non parte da zero: è già carico. La pioggia diventa il grilletto, ma il caricamento è avvenuto prima»
Giuliana Mossoni
Gli effetti del maltempo in Valcamonica - © www.giornaledibrescia.it
Gli effetti del maltempo in Valcamonica - © www.giornaledibrescia.it

Il geologo camuno Luca Albertelli, da giovedì, fa la spola tra Sonico e Vione, per monitorare, studiare cosa è successo e come intervenire sui dissesti della Val Rabbia e del Vallaro.

Le immagini che abbiamo visto da Sonico e Vione hanno impressionato. Siamo davanti a fenomeni eccezionali?

In Valcamonica abbiamo avuto distacchi importanti nel 1987, 2006, 2012 e poi Niardo nel 2022, che per l’impatto sulle aree urbanizzate resta l’evento più pesante degli ultimi vent’anni. Quello che sta cambiando è la frequenza, la quantità di materiale coinvolto e soprattutto la velocità.

Quanto materiale può essersi mosso in questi giorni?

Siamo nell’ordine delle centinaia di migliaia di metri cubi, probabilmente oltre il milione, considerando il materiale presente nelle testate di bacino. Una quantità simile non può essere prodotta da un singolo temporale.

Il ponte crollato a Rino di Sonico
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Il ponte crollato a Rino di Sonico

Che cosa avviene allora prima della pioggia?

Entra in gioco quello che definiamo «volano termico di bacino». Durante le stagioni calde, le alte quote accumulano energia: la roccia si scalda, le temperature restano elevate anche di notte e vento e umidità redistribuiscono calore lungo i versanti. Quando arriva la precipitazione, il bacino non parte da zero: è già carico. La pioggia diventa il grilletto, ma il caricamento è avvenuto prima. E poi c’è il permafrost, un insieme di terreno, pietre, sedimenti e talvolta ghiaccio, che rimane attorno o sotto lo zero per almeno due anni. Sopra le testate di questi bacini, ai piedi dell’Adamello, è molto diffuso. Finché resta stabile agisce come un legante, ma quando cede, può liberare interi accumuli di materiale.

Il sistema delle allerte è messo in discussione?

Le allerte lavorano su aree vaste e soprattutto su previsioni meteo. Ma questi fenomeni si decidono alla scala del singolo bacino e dipendono da variabili che, in quota, misuriamo pochissimo: temperatura del suolo, escursione termica tra giorno e notte, umidità, scambi energetici tra terreno e atmosfera, condizioni del permafrost. Per questo un’allerta gialla può coincidere con un evento enorme. Non è un problema degli operatori, ma di dati mancanti.

Si è parlato di un progetto nuovo, il Cryo-Stream…

È promosso dalla fondazione Lombardia per l’ambiente e punta a dotare i bacini più sensibili con stazioni meteo, sensori di temperatura dell’aria e del suolo, catene termometriche e strumenti per misurare i flussi di calore. L’obiettivo è costruire serie storiche continue e cercare segnali precursori che possano indicare, ore o giorni prima, l’avvicinarsi di una soglia critica. Partiremo dalla Valcamonica perché qui abbiamo il più esteso ghiacciaio alpino temperato d’Italia, vaste aree d’alta quota e numerosi ambienti a permafrost. L’Adamello è un osservatorio naturale straordinario, quel che misuriamo qui può aiutare a capire cosa accadrà sull’intero arco alpino lombardo.

Ora, dopo i danni, come si ricostruisce?
Non si può ricostruire com’era. I bacini sono cambiati, le aste torrentizie hanno modificato il loro tracciato e in quota resta molto materiale. Ponti, opere di difesa e tracciati vanno progettati sulla base di una dinamica aggiornata e ancora in evoluzione. La vera sfida è però monitorare negli anni in cui non succede nulla: sono quei dati che, al prossimo evento, possono fare la differenza tra subire e prevedere. g.moss.

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