Storie

Tra erba, vacche e memoria: l’antropologia della transumanza

La ricercatrice etnografica Carla Fausti ha studiato lo spostamento stagionale del bestiame in Alta Valtrompia: «Un grande rito collettivo, da cui emerge un grande senso comunitario»
Giulia Camilla Bassi
Vacche a un laghetto di montagna - © www.giornaledibrescia.it
Vacche a un laghetto di montagna - © www.giornaledibrescia.it

La salita ai pascoli di montagna all’inizio dell’estate, la discesa alle prime avvisaglie d’autunno. La transumanza, lo spostamento stagionale del bestiame tra aree di pascolo diverse, è una tradizione ancora viva, iscritta dal 2019 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

Un riconoscimento che abbraccia anche i saperi di chi accompagna gli animali e i legami tra le comunità attraversate. Di questi percorsi conserva memorie e testimonianze anche Carla Fausti, ricercatrice etnografica, antropologa e documentarista che si occupa di cultura del lavoro artigianale e, negli ultimi quindici anni, anche di alpeggio. La sua ricerca sul campo si è concentrata soprattutto sulle malghe nella zona del Maniva, accompagnando le famiglie di mandriani durante la salita e condividendo con loro il lavoro in alpeggio.

Carla Fausti
Carla Fausti

«Quando si parla di malga e di alpeggio, non si considera solo la struttura in pietra, ma proprio tutto il sistema», spiega: il pascolo, la mandria, il tragitto e le persone che se ne occupano. Ma come si compie la transumanza in alta Val Trompia, oggi? Tutto comincia con la fine della prima “era”, come viene definito in gergo il finire dell’inverno. «I mandriani, prima di decidere sulla partenza, si sentono tra loro. Dietro la transumanza c’è tutta una comunità solidale. Vanno a vedere a che punto sono i pascoli sui diversi versanti, perché la scelta dell’alpeggio dipende da tanti fattori, dalla stagione, se ha piovuto o meno e dall’esposizione del versante».

L’obiettivo è utilizzare l’erba disponibile, senza intaccare le scorte di fieno: «I mandriani non consumano fieno, quelle sono le riserve che devono esserci per l’inverno, che è sempre lungo, ma cercano di sfruttare i pascoli migliori per far mangiare a sazietà le proprie mucche». Intanto, racconta Fausti, anche gli animali avvertono l’avvicinarsi della partenza: «Le mucche in stalla sentono cambiare l’aria e il profumo dell’erba nuova e quando si avvicina il giorno della partenza se ne accorgono dai preparativi».

L’ultimo segnale, per loro, è lo scioglimento dei legami alla mangiatoia, prima di indossare i campanacci. Accanto a loro, pronti a partire, gli indispensabili cani da pastore, il cui ruolo è essenziale per la conduzione delle mandrie, sia lungo il percorso, sia durante la permanenza in alpeggio. Nei racconti di Carla Fausti, come nei tanti video da lei registrati che documentano la partenza delle mandrie, le mucche escono dalle stalle ebbre di gioia: corrono e scalciano – salvo stancarsi dopo pochi metri, a causa della loro stazza – con un’esuberanza che può esporle al rischio di ferirsi. Per questo, per aprire la fila, si dispone una capomandria, una mucca esperta che indossa il campanaccio più grande e guida le altre. Ma condurre gli animali richiede sempre grande cautela e la presenza più persone, anche uomini a cavallo.

«I mandriani non possono portare di colpo le mucche troppo in alto: sono state per sei mesi al riparo nelle loro stalle, il rischio concreto è che si ammalino. Per questo ci sono diverse tappe che vengono rispettate, delle vere e proprie stazioni. A volte ci si ferma in cascine di proprietà, a volte in pascoli concordati, dove le mucche vengono radunate nei “barek”, i tipici recinti in pietra a secco» spiega Fausti.

Sono le soste di prealpeggio, durante le quali gli animali si abituano alla vita all’aperto e all’alimentazione con erba fresca, dopo i lunghi mesi invernali. Insieme alle vacche – prevalentemente di razza bruna alpina, molto adatte al pascolo in alpeggio – e ai cani, salgono anche le capre, che contribuiscono a mantenere aperte aree di pascolo minacciate dall’avanzare degli arbusti. «Le capre vanno in mezzo ai rovi e in alcune zone creano nuovi pascoli che verranno usati gli anni successivi».

Vacche al pascolo - © www.giornaledibrescia.it
Vacche al pascolo - © www.giornaledibrescia.it

Un aiuto tanto più prezioso, sottolinea l’antropologa, in un territorio dove gli allevatori sono diminuiti drasticamente negli ultimi cinquant’anni. Dopo il prealpeggio si raggiungono le malghe in quota, dove uomini e animali si fermeranno per tutta l’estate. La salita, in termini tecnici, è chiamata monticazione, mentre il ritorno demonticazione. «Le mandrie ritornano in genere verso metà settembre. Anche in questo caso dipende dal pascolo e dal tempo, e da quando inizia a fare troppo freddo. Per la demonticazione, scendono direttamente nella stalla invernale».

Ma la transumanza è anche un rito sociale che coinvolge l’intera famiglia e riorganizza tempi e compiti intorno alle esigenze della stagione. Il lavoro di chi sale in malga dipende anche da quello di chi rimane a valle. «Una parte della famiglia resta – continua Fausti – perché per chi ha terreni comincia la stagione della fienagione. L’estate è proprio dedicata a questa pratica faticosissima, perché specialmente nella zona valtrumplina ci sono i versanti e quindi, spessissimo, viene praticata ancora a mano, con la falce fienaia. Chi ha terrazzamenti o terreni un po’ più pianeggianti può invece permettersi di usare i macchinari».

Chi rimane si occupa anche della pulizia delle stalle, per ritinteggiarle a calce, pratica tradizionale di igiene degli ambienti. Ma questa divisione dei compiti si estende oltre la famiglia, attraverso una rete di aiuto reciproco. «Ci sono i cosiddetti “famei”, le persone di fiducia che accompagnano la transumanza insieme alla famiglia. Spesso non vengono pagate, ma c’è una restituzione di ore. Tu mi hai aiutato a fare la transumanza, quando servirà a te, sarò io che ti aiuterò» spiega Fausti. La collaborazione prosegue nella gestione dell’alpeggio, al quale possono contribuire anche allevatori che affidano ad altri i propri animali: «La transumanza non riguarda mai solo una famiglia. Capita spesso che ci siano alcuni che non salgono, ma affidano ad altri i propri capi di bestiame da portare in alpeggio».

Anche la produzione del formaggio può essere organizzata mettendo insieme il latte di più allevatori. «Chi ha poche mucche può consegnare un tot di latte e ricevere la forma, quando avrà raggiunto il latte necessario per farla» spiega Fausti. Nelle realtà dell’Alta Val Trompia, infatti, allevamento e caseificazione sono strettamente legati: «I mandriani sono anche casari». Ma restano differenze tra le produzioni: «Tutti fanno gli stessi formaggi, poi però c’è la tradizione familiare, l’estro, la capacità. Questa differenziazione, secondo me, è la grande ricchezza della valle». Tra le realtà che valorizzano la produzione casearia locale c’è il Consorzio di tutela del Nostrano Valtrompia Dop, richiamato da Fausti anche per la galleria di affinamento e stagionatura nella miniera di Graticelle, a Bovegno. Inaugurato nel 2017, il sito ha restituito una funzione produttiva a uno spazio del passato minerario della valle, oggi utilizzato per la maturazione dei formaggi.

Ed è alla trasmissione di queste competenze alle nuove generazioni che Fausti ha dedicato la sua tesi in antropologia culturale. «Ho seguito tre famiglie e con loro i ragazzini e i bambini, perché mi interessava capire come si trasmetteva la passione e, soprattutto, il mestiere». L’apprendimento comincia fin da piccoli, passando anche dal gioco, riproducendo l’alpeggio, la malga, i recinti, nel gioco di “portare su le mucche”. «I bambini usano lo stesso gergo degli adulti e si preoccupano delle stesse cose: ci sarà la pozza per abbeverare il bestiame? L’erba sarà buona?» racconta Fausti.

Il disegno di una vacca
Il disegno di una vacca

E proprio ai giochi si affiancano i primi compiti. «Diventa naturale dare una mano ancora da piccolini, andare a vedere, cercare di aiutare il papà a mungere. Ho visto bambini piccolissimi dar da mangiare alle loro vitelline: le pettinano, le allattano con il biberon». Anche nella lavorazione del latte ci sono attività alle quali partecipano: «Una volta versata la cagliata nelle fascere, va girata. Il girare la cagliata è un’attività semplice che possono fare anche i bambini piccoli di quattro anni. La salatura, invece, la fanno i grandi, perché quella devi assolutamente farla con precisione».

Tra i giovani incontrati da Fausti c’è chi vuole continuare il lavoro dei genitori e chi, pur non praticando l’alpeggio nell’azienda di casa, va ad aiutare altre famiglie. Alcuni vorrebbero farne anche una festa per il ritorno al paese, così come accade in altri luoghi della provincia, per esempio a Borno, dove a settembre si è svolta la trentesima edizione della manifestazione dedicata al ritorno dagli alpeggi. «La transumanza è un grande rito collettivo, da cui emerge un grande senso comunitario», conclude Fausti. Un legame che si rinnova a ogni stagione, quando il lavoro di tante famiglie torna a diventare l’impegno di una comunità intera.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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