La parola fine è stata scritta, cancellata e riscritta più volte. Eppure gli Antichi Originari di Cimmo, borgo montano a mezza costa nella frazione di Tavernole sul Mella, in Valtrompia, dopo cinque secoli sono ancora qui. Sono sopravvissuti a Napoleone, alle cause giudiziarie, alle divisioni interne e ai tentativi di scioglimento. A tenerli insieme, nel senso più concreto del termine, un patrimonio di boschi, pascoli e terreni amministrati in comune. Una specie di «comunismo» ante litteram riservato, però, a pochi cognomi: perché a Cimmo la proprietà era collettiva, ma l'appartenenza non era affatto universale. Oggi gli Originari sono 340 e, mentre si preparano a celebrare il cinquecentenario nel 2027, devono affrontare un paradosso: le regole che li hanno tenuti uniti per secoli, quelle dello Statuto, rischiano di farli scomparire.
«Ci stiamo estinguendo per conto nostro» osserva Giordano Saleri, presidente della società degli Antichi Originari di Cimmo. Non è una mera battuta: «Siamo 340 persone, tra Cimmo e Tavernole – spiega –. I capifamiglia con diritto di voto sono 115: 82 a Cimmo e 33 a Tavernole». Un piccolo mondo con un patrimonio, un'assemblea, uno statuto e regole di appartenenza che affondano le radici in un passato lontanissimo. Ma anche con problemi decisamente contemporanei: tasse, manutenzioni, burocrazia e giovani sempre meno interessati a raccogliere un'eredità che per i loro antenati valeva anni di battaglie.

La loro vita pastorale
Per capire come sia cominciata bisogna tornare a un tempo in cui tra i beni da dividere c'era persino il sale, e non in quantità simboliche. Una visita pastorale del 4 settembre 1573 documenta che le rendite della cosiddetta Carità venivano impiegate per acquistarne quattro pesi bresciani per famiglia, circa 32 chilogrammi. Una provvista considerevole, in un'epoca in cui il sale era indispensabile anche per conservare gli alimenti. Ma non bastava abitare a Cimmo per riceverlo: bisognava essere un Originario. Gli altri, chiamati «forestieri», rimanevano esclusi, salvo concessioni volontarie. E nemmeno la parola Carità deve trarre in inganno: non si trattava di un aiuto destinato ai più poveri, bensì di un beneficio riservato a chi apparteneva alla comunità riconosciuta.
A ricostruire questa storia sono Chiara Moroni e Laura Soggetti nel saggio «La Società degli Antichi Originari di Cimmo» tra comunione e gestione del territorio, pubblicato nel volume «Gli Antichi Originari. Cimmo e Tavernole. La storia, la comunità, l'arte, il paesaggio», curato da Franco Ghigini nel 2018. Una ricerca condotta attraverso documenti, registri, atti notarili e sentenze, che restituisce la complessità di un'organizzazione nata per amministrare beni condivisi, ma soprattutto per difendere i diritti delle famiglie che ne facevano parte.
Le sue radici precedono la testimonianza del 1573. Saleri richiama un antico documento di compravendita, risalente a circa cinquecento anni fa, come prova di un'organizzazione già esistente. «Se cinquecento anni fa facevano un atto notarile, significa che la società c'era già» osserva. Il patrimonio comprendeva terreni, boschi, pascoli e altri beni amministrati collettivamente. Forme di gestione comune esistevano anche altrove, prima che le trasformazioni amministrative ne determinassero spesso la scomparsa. «Con l'avvento dei Comuni tante proprietà sono state assorbite e quelle società sono sparite. Noi, con molta fatica, siamo riusciti a mantenere la nostra».

La gestione e i problemi
Di fatica, in effetti, ne è servita parecchia. Perché la gestione di beni comuni non garantiva affatto la pace. Tra il 1660 e il 1706 si trascinò una lunga controversia contro i fratelli Benaglia di Tavernole, accusati di essersi appropriati indebitamente di proprietà della Carità. Nel 1704 la storia locale registrò anche un episodio drammatico: l'uccisione del console Calogero Baratto, ricordata nella ricostruzione di Moroni e Soggetti in relazione a una disputa. E le tensioni non si esaurirono lì. Nel Settecento si arrivò a discutere davanti alle autorità perfino delle distribuzioni di pane e sale. Nel 1780 intervenne il vicepodestà Zan Giacomo Zambelli con una decisione successivamente ratificata dal Senato veneziano. Insomma, dietro quella che potrebbe sembrare una tranquilla amministrazione di prati e boschi, si nascondeva una storia tutt'altro che pacifica.
Poi arrivò Napoleone, e quella che fino ad allora era stata una successione di contrasti locali diventò una questione ben più grande. Con un decreto del 25 novembre 1806 i beni degli Originari furono sottratti alla loro gestione e trasferiti alle nuove istituzioni. Il 30 dicembre i rappresentanti della comunità dovettero consegnare libri, documenti e proprietà.
Una perdita che avrebbe potuto chiudere definitivamente la vicenda. Invece cominciò un'altra battaglia, questa volta lunga quasi novant'anni. La svolta arrivò il 16 novembre 1895, con l'arbitrato dell'avvocato Giovanni Quistini, che riconobbe i diritti degli Originari sui beni della Carità. Il 28 gennaio 1896 si procedette alla consegna e il 16 febbraio venne formalmente costituita la Società degli Antichi Originari di Cimmo, sotto il patronato di San Calocero. È una distinzione importante: l'organizzazione affonda le radici nei secoli precedenti, mentre la costituzione della Società nella sua veste giuridica documentata risale alla fine dell'Ottocento.
I cognomi
Si potrebbe pensare che, riconquistate le proprietà, il più fosse fatto. Ma la storia aveva ancora qualche sorpresa in serbo. Nel 1930 un nuovo statuto individuò otto cognomi: Cioli, Cottali, Ganzola, Garneri, Mutti, Pelizzari, Saleri e Zuccotti. Stabiliva inoltre regole rigorose sulla residenza e sull'appartenenza, con differenze significative tra uomini e donne. Una donna che sposava un uomo esterno alla Società perdeva il proprio status, mentre il matrimonio con un Originario consentiva di acquisire diritti. Pochi anni dopo, tra il 1933 e il 1936, nuovi contrasti portarono a discutere perfino di una divisione del patrimonio e dello scioglimento della Società. Si arrivò infine a una revisione statutaria.

Oggi
Ed eccoci al presente, dove proprio quelle regole tornano a pesare. «Se un Antico Originario ha una figlia invece di un figlio, la sua dinastia finisce» spiega il presidente. La trasmissione dell'appartenenza resta legata alla discendenza e alla residenza. «Se un uomo si sposa e va a vivere fuori dal Comune, perde il diritto. Ma se cambiassimo lo statuto, snatureremmo la Società». Secondo Saleri degli otto cognomi storici oggi ne sarebbero rappresentati sette e altri due rischierebbero di scomparire dagli elenchi. Non per una nuova confisca, né per una sentenza sfavorevole: semplicemente perché le condizioni necessarie a tramandare l'appartenenza non sempre si verificano.

Qualcosa, naturalmente, è cambiato. Saleri racconta di aver introdotto una maggiore presenza femminile nella vita associativa, superando consuetudini che in passato lasciavano poco spazio alle donne. Ma il problema del ricambio generazionale rimane. «Tra i giovani oggi questa appartenenza è poco sentita» ammette. Ed è forse il cambiamento più difficile da governare, perché non basta modificare uno statuto per trasmettere un senso di appartenenza.
Il patrimonio che resta
Intanto che cosa resta del patrimonio? Non più le vaste proprietà di un tempo, bensì alcuni immobili e terreni tra Cimmo e Tavernole: cascine, un condominio, prati, boschi e capanni di caccia. Un insieme di beni che continua a produrre entrate, ma richiede anche spese. «Una volta i dividendi si facevano ogni anno: prima il sale, poi altri beni di consumo. Successivamente si è passati ad altre forme di distribuzione. Oggi quello che ricaviamo dagli affitti viene reinvestito nelle manutenzioni». La burocrazia, aggiunge il presidente, è diventata particolarmente gravosa: «Le tasse e gli adempimenti sono davvero sproporzionati rispetto a quello che si ricava».

Niente più sacchi di sale, dunque. E nemmeno rendite da spartire regolarmente. Il patrimonio comune, che un tempo garantiva benefici materiali alle famiglie, serve oggi soprattutto a mantenere sé stesso e a sostenere la gestione della Società. Una trasformazione che alimenta anche le discussioni sulla sua utilità. «Ogni tanto c'è qualcuno che dice: vendiamo tutto, chiudiamo, perché ormai è un'associazione anacronistica» racconta Saleri. La sua posizione, però, è netta: «Finché ci sarò io, l'associazione non si chiude».
Non sarebbe la prima volta che gli Originari si dividono sul proprio futuro. E nemmeno la prima in cui Cimmo e Tavernole si ritrovano al centro della stessa vicenda. Il presidente ricorda anche un ribaltamento nella storia amministrativa del territorio: un tempo era Cimmo il Comune, mentre Tavernole ne costituiva una frazione. Oggi è Cimmo a essere frazione di Tavernole sul Mella. Sono cambiati i rapporti istituzionali e il peso dei due centri, ma la Società ha conservato il nome del luogo da cui proviene.
Dietro le carte, peraltro, ci sono generazioni di persone la cui vita quotidiana era assai lontana dalle controversie patrimoniali. Nella sezione di testimonianze raccolte da Franco Ghigini compare, tra le altre, quella di Emma Cottali, nata nel 1924. Ricordava una Cimmo di campi, fieno e stalle, dove l'osteria dei Cottali vendeva anche sale, tabacchi e valori bollati. A dodici anni era partita per Milano, a servizio di una famiglia, come molte ragazze del paese. «Non avevi niente, ma ti accontentavi» raccontava della propria infanzia. Un ricordo che restituisce la dimensione concreta di quella comunità: dietro i cognomi custoditi negli statuti c'erano famiglie che lavoravano, partivano, tornavano e attraversavano le trasformazioni del Novecento.
Il 2027
Adesso la Società guarda al 2027, anno in cui intende celebrare i cinquecento anni della propria storia. E non vuole limitarsi a una cerimonia: «La nostra idea è organizzare più giornate durante l'anno» anticipa Saleri. Il programma, ancora in preparazione, dovrebbe svilupparsi da maggio a settembre. Tra le ipotesi ci sono il ritorno della mostra dedicata agli Antichi Originari al Forno Fusorio, con un'apertura prolungata per due o tre mesi, incontri pubblici per raccontarne la storia e rappresentazioni teatrali. Un modo per portare fuori dagli archivi una vicenda che ha attraversato secoli di vita locale.
Sarà anche l'occasione per raccontare che cosa abbia significato, a Cimmo, possedere qualcosa insieme. Una comunione privata, legata a famiglie precise: una distinzione ribadita anche da una decisione del 1942 sui beni della Società, richiamata nella ricostruzione storica di Moroni e Soggetti. Un sistema che oggi può apparire lontanissimo, e che tuttavia continua a esistere, pur con tutte le sue fatiche, con le sue assemblee, le sue proprietà e i suoi 340 appartenenti.



