La torcia corre sulle pareti della galleria e si ferma sugli strati di medolo, sulle venature di selce e sulle piccole concrezioni che l’acqua ha formato nel tempo. Sopra ci sono il bosco e i sentieri dei Campiani, sotto un pezzo di storia militare bresciana rimasto nascosto nella montagna. «Qui venivano conservate armi e munizioni» spiega Paolo Mazzoleni avanzando nel cunicolo. Bisogna abbassare la testa in alcuni punti, guardare dove si mettono i piedi e provare a immaginare questo spazio più di cent’anni fa, con uomini che entravano e uscivano trasportando materiale destinato alle postazioni esterne. Siamo sul monte Picastello, dove tra trincee, bunker, camminamenti e gallerie la visita organizzata domenica 27 settembre da Xtreme Adventure diventa un viaggio tra due guerre mondiali, esercitazioni militari, curiosità geologiche e una vecchia storia che da queste parti continua a circolare: quella di un camion tedesco salito con alcune casse e tornato a valle vuoto.
L’escursione
A guidare il gruppo è Mazzoleni, vicepresidente dell’associazione presieduta da Alessandro Maccabelli. Il ritrovo è poco prima della trattoria Merlo, ai piedi del Picastello, poi si sale e gradualmente cominciano ad apparire le tracce di un paesaggio molto diverso da quello attuale. Oggi domina il bosco. All’epoca delle postazioni militari, invece, attorno alle opere la vegetazione veniva eliminata o tenuta molto bassa: chi stava quassù doveva poter controllare ciò che accadeva sotto e un eventuale nemico non doveva avere alberi e cespugli dietro i quali avvicinarsi.
Il motivo per cui si scavò la montagna porta alla Prima guerra mondiale. Il fronte era più a nord, ma Brescia non era estranea ai piani difensivi. Si temeva che le truppe austro-ungariche potessero sfondare e scendere verso la città, arrivando poi alla Pianura Padana. I monti Ratto e Picastello rappresentavano una posizione strategica e il Picastello fu anche tra i primi punti di avvistamento aereo organizzati attorno a Brescia. Queste opere costituivano quindi una linea predisposta per fermare un’avanzata che fortunatamente non arrivò mai fin qui.

La guerra, però, ha lasciato ugualmente i suoi segni. Secondo testimonianze raccolte dagli studi storici, alla costruzione di parte delle fortificazioni contribuirono anche prigionieri austriaci. Mazzoleni racconta che la memoria locale lega il loro lavoro anche alle sistemazioni del terreno e ai muri a secco che ancora si incontrano lungo il monte. Su questo punto le testimonianze orali si intrecciano alla documentazione storica: la presenza dei prigionieri nella realizzazione delle opere militari è ricordata dalle fonti, mentre attribuire loro ogni terrazzamento oggi visibile sarebbe impossibile.
Dentro la galleria c’è anche un pezzo di geologia che aiuta a capire come fu possibile realizzare un sistema del genere senza i mezzi moderni. Mazzoleni avvicina la luce alla parete. Il medolo si presenta in strati e poteva essere lavorato a mano con scalpelli e altri attrezzi. «Scavarlo era relativamente semplice. Il problema era tutto quello che veniva giù: bisognava raccoglierlo e portarlo fuori», racconta. Nel medolo si vedono anche fasce di selce, la pietra durissima utilizzata dall’uomo fin dalla preistoria per fabbricare strumenti e punte.

La cavità nella quale ci troviamo non era stata scavata per ospitare uomini in attesa. Aveva soprattutto la funzione di deposito. Armi e munizioni potevano essere conservate al riparo e poi portate rapidamente alle postazioni della linea. Gli spazi erano organizzati lasciando la possibilità di muoversi all’interno e di trasportare il materiale verso l’esterno. Poco distante esistevano anche baraccamenti legati alla presenza dei militari. Una parte, racconta Mazzoleni durante la visita, era destinata agli ufficiali e si trovava più arretrata rispetto alle postazioni esposte.
Panorami ed epoche
Poi si esce e per qualche minuto basta il panorama. Tra gli alberi compare Brescia, più lontano si apre la pianura e nelle giornate limpide si distinguono perfino gli Appennini. Oggi bisogna cercare gli spazi tra le chiome per vedere sotto, mentre un secolo fa la visuale era molto più aperta. È da qui che si comprende quanto il Picastello fosse adatto a controllare gli accessi verso la città.
Si riprende a camminare e poco più avanti cambia anche l’epoca. La fine della Prima guerra mondiale non comportò la cancellazione del sistema difensivo. Le strutture esistevano e durante il secondo conflitto vennero adattate alle nuove esigenze. Una trincea che in origine era aperta venne coperta e trasformata in casamatta. Entrando si vedono ancora le feritoie ricavate per consentire ai militari di osservare e, se necessario, sparare rimanendo protetti. Nell’area furono utilizzate anche strutture per la contraerea. Alcune caratteristiche che si incontrano durante il percorso vengono ricondotte da Xtreme Adventure alla presenza tedesca, anche se su singole postazioni la documentazione disponibile non consente sempre attribuzioni certe.

La leggenda del tesoro dei Campiani
È a questo punto che la visita prende una piega diversa. Mazzoleni racconta ciò che gli anziani della zona hanno tramandato per decenni. Non un documento militare, dunque, e nemmeno una scoperta archeologica: una storia passata di bocca in bocca. Durante la Seconda guerra mondiale un camion tedesco sarebbe stato visto salire verso il Picastello. A bordo c’erano alcune casse. Il mezzo raggiunse la zona delle fortificazioni e, dopo un certo tempo, si sentì una forte esplosione. Quando il camion ridiscese, raccontavano gli anziani, era vuoto. Le casse erano rimaste lassù.
Che cosa contenessero nessuno lo ha mai saputo. Da quel racconto è nata la leggenda del tesoro dei Campiani, alimentata anche da un altro particolare: una delle strutture sotterranee sembra proseguire ma a un certo punto risulta interrotta. Secondo la voce tramandata nel paese, proprio l’esplosione sarebbe servita a chiudere l’accesso dopo avere nascosto il carico. Da qui le ipotesi su beni razziati o oggetti di valore portati dai tedeschi durante la ritirata.
Mazzoleni ragiona anche su un’altra possibilità raccontata nel tempo, quella delle munizioni, ma la considera poco convincente: in una fase di ritirata, osserva, sarebbe stato più semplice abbandonarle che impiegare tempo e uomini per nasconderle e far saltare l’ingresso. È un ragionamento, non una prova, e il confine va tenuto ben chiaro. Del presunto tesoro non è mai stata trovata traccia e non esiste un documento che dimostri che quelle casse contenessero davvero qualcosa di prezioso. La leggenda di un «tesoro nazista» nascosto nei cunicoli dei Campiani è però arrivata fino ai materiali dedicati ai sentieri del Parco delle Colline.
L’associazione
Per Xtreme Adventure sono proprio racconti come questo a poter accendere una ricerca. L’associazione no profit bresciana è nata dall’esperienza di Explora, gruppo che già si dedicava alla ricerca e all’esplorazione di luoghi sotterranei, nascosti o dimenticati, e ha avviato le attività rivolte al pubblico all’inizio del 2020, poco prima che la pandemia imponesse lo stop. «Spesso partiamo da una frase: mio nonno raccontava che...», spiega Mazzoleni. Poi vengono la ricerca dei documenti, il confronto con le testimonianze e infine il sopralluogo. Non tutte le storie trovano conferma, naturalmente, ma in alcuni casi seguire quelle tracce ha permesso di individuare ambienti e strutture che rischiavano di essere dimenticati.
Il presidente Alessandro Maccabelli segue, tra le altre attività, le visite nei sotterranei del Castello di Brescia, mentre il raggio d’azione dell’associazione è molto più ampio: rifugi antiaerei, fortificazioni, bunker e ambienti normalmente non aperti al pubblico, ma anche escursioni, trekking e attività outdoor. L’idea di fondo è cercare luoghi che abbiano qualcosa da raccontare e, quando è possibile accedervi in sicurezza e con le necessarie autorizzazioni, renderli conoscibili anche a chi altrimenti passerebbe accanto senza sapere che esistono.
La montagna oggi
Ai Campiani, intanto, la torcia torna sulle pareti. La montagna ha continuato a cambiare anche dopo che i militari se ne sono andati. L’acqua piovana filtra attraverso le fessure del medolo, porta con sé il carbonato di calcio e dà origine a piccole concrezioni. In alcuni punti Mazzoleni mostra anche le cosiddette «perle di grotta», o pisoliti. Si formano in piccole raccolte d’acqua attorno a un minuscolo nucleo sul quale, con il movimento provocato dalle gocce e il deposito progressivo del carbonato, si creano strati concentrici fino ad assumere una forma tondeggiante. La tentazione di prenderle in mano può esserci, ma la regola è opposta. «Non si porta via nulla». Lo stesso vale per le piccole stalattiti e per le altre concrezioni che stanno lentamente colonizzando ambienti costruiti dall’uomo. Sono dettagli minuscoli rispetto alle gallerie e alle casematte, ma raccontano bene quanto tempo sia trascorso da quando qui dentro circolavano i soldati.

Fuori, invece, c’è un’altra particolarità che con le guerre non ha nulla a che fare. In aprile e maggio il Picastello è uno dei luoghi dove si possono incontrare diverse orchidee selvatiche. Anche in questo caso Mazzoleni insiste sullo stesso principio applicato nel sottosuolo: si osservano, si fotografano e si lasciano dove sono.
La presenza dei militari ai Campiani, peraltro, non terminò nel 1945. Gli studi storici documentano che il complesso di bunker, trincee e incavernamenti dei monti Ratto e Picastello continuò a essere utilizzato per le esercitazioni dei reparti di stanza a Brescia fino agli anni Sessanta. Generazioni di soldati hanno quindi continuato a muoversi tra strutture nate per la Grande Guerra e adattate durante quella successiva, prima che l’area perdesse definitivamente la propria funzione militare.
Natura e storia
Da allora è stato soprattutto il bosco a modificare il paesaggio. Ha coperto trincee, nascosto ingressi e reso meno leggibili camminamenti che un tempo dovevano essere perfettamente visibili. Per questo oggi si può passeggiare ai Campiani senza rendersi conto di ciò che si trova pochi metri più in là o sotto i propri piedi.
Poi qualcuno accende una torcia, indica un’apertura nella roccia e si entra. Dentro rimangono il deposito della Prima guerra mondiale, le feritoie della casamatta, gli interventi del conflitto successivo e le concrezioni cresciute con il passare dei decenni. E rimane anche un cunicolo che a un certo punto si interrompe. Oltre non si vede nulla. È lì che la storia documentata si ferma e torna quella raccontata dagli anziani: un camion tedesco salito con alcune casse, una forte esplosione e lo stesso mezzo che, qualche tempo dopo, ridiscese dal Picastello senza più il suo carico.



