La struttura è quella classica – lunga, stretta e buia – di un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale, di quelli che offrivano riparo ai civili bresciani dai bombardamenti negli anni Quaranta e di quelli che si trovano anche in diverse abitazioni private della città. Solo che questo rifugio antiaereo non è più solo un rifugio. Dal 2016 lo spazio sotterraneo in via Odorici a Brescia – proprio dietro al cinema Nuovo Eden e accanto al parco giochi, il più importante dei rifugi antiaerei bresciani – è anche un «rifugio delle idee». Si chiama Bunkervik – in ricordo di Vittorio Arrigoni, attivista e giornalista ucciso a Gaza nel 2011 – e al suo interno si svolgono principalmente mostre d’arte contemporanea e installazioni.
Da qualche settimana la sua gestione è stata affidata alla cordata di realtà artistiche bresciane che vede capofila Palazzo Monti (le altre sono The Address e Fertile), ma sono già diversi anni che da lì sotto passano artisti e collettivi. Alcune mostre sono rimaste particolarmente impresse nella memoria: per esempio quella di Francesca Pasquali, che riempì i corridoi di palline bianche lasciando che i visitatori ci nuotassero dentro. Ma non è l’unica, anzi.

La storia
L’identità di Bunkervik – che non ospita solo mostre d’arte contemporanea concettuale, ma spesso dai risvolti sociali – resta legata alla sua origine e alla sua semplicissima storia: fu realizzato in città nei primi anni Quaranta per proteggere i cittadini e le cittadine di Brescia dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Alcuni articoli dell’epoca, tratti da Il Popolo di Brescia e Brescia Repubblicana, riportavano notizie di cronaca sui rifugi antiaerei di Brescia nel loro complesso. Il Bunkervik allora era identificato come il «ricovero antiscoppio di via Italo Balbo, cortile Opera Balilla» (come scritto su Brescia Repubblicana). Via Balbo è, nello specifico, l’odierna via Nino Bixio. Come spiega Martino Barbieri del Comune di Brescia, su via Balbo c’è un po’ di caos toponomastico: «Via Italo Balbo – ci racconta – pare essere il nome della già via del Bova, quindi via Italo Balbo, poi ancora via del Bova dal marzo al novembre 1943, per rinominarsi nuovamente via Italo Balbo e infine divenire l’attuale via Nino Bixio».
Una volta concluso il periodo di belligeranza, lo spazio è rimasto chiuso per decenni fino al 2016, quando ha iniziato a ospitare attività artistiche sporadiche, inclusi eventi legati al Premio Nocivelli, tra gli altri.

Il corridoio stretto, le pareti grezze, l’unica uscita (inizialmente c’erano due vie di fuga) e l’assenza di luce naturale condizionano il modo in cui le opere vengono pensate e installate. Artiste e artisti, curatrici e curatori si confrontano quindi con uno spazio che impone limiti fisici e percettivi. Ecco la sua peculiarità ed ecco perché la programmazione negli anni ha privilegiato linguaggi adatti alla dimensione immersiva: installazioni site-specific, interventi sonori, video, fotografia e performance. L’esperienza del pubblico passa attraverso il corpo, il movimento, ma anche l’adattamento alla penombra, che non è secondario e che fa parte del fascino del luogo.
Le mostre
Bunkervik ha accolto eventi legati a festival come Video Sound Art e Meccaniche della Meraviglia, ma anche esposizioni delle scuole e delle accademie cittadine. E sono diverse le mostre che sono passate di cui.
La primissima fu «La Grande Guerra e oltre». Era il giugno del 2016 e ad animare per la prima volta le pareti del rifugio furono le opere d’arte dei ragazzi delle scuole Calini e Mompiani insieme a Laba e Santa Giulia e al liceo artistico Olivieri. L’installazione artistica voleva essere esattamente un punto di collegamento tra il passato buio del bunker e la nuova funzionalità più luminosa e sociale.

Elencare tutte le esposizioni che si sono susseguite da allora è difficile, ma alcune è bene ricordarle. Nel 2018 qui sono state protagoniste le voci dei ragazzi di via Milano. Nel 2020 Alessio Barchitta (vincitore del Premio Nocivelli 2019) ha presentato «I can’t see beyond these fucking clouds». A gennaio 2022, Davide Sforzini ha invece inaugurato l’esposizione personale «Relitti», una rinascita dopo la pandemia.
E appena prima della nuova gestione, a gennaio 2026 c’è stato il ciclo «Rifugio» di ?Collettivo e Turi Rizzi, con performance immersive per parlare di guerra: il pubblico veniva accompagnato lungo il tunnel del bunker in un percorso di luci, ombre, parole e canto, in un’esperienza che restituiva la guerra come ferita mai sanata, in cui storie personali e collettive si intrecciavano tra passato e presente.
La prima mostra del nuovo ciclo
Da aprile 2026 la gestione è in mano a Palazzo Monti, The Address e Fertile. L’idea, spiegano i curatori Edoardo Monti, Luca Cremona, Sole Castelbarco Albani e Riccardo Angossini, è quella di presentare al pubblico bresciano i giovani artisti contemporanei che svolgono residenze in città (nello specifico, nei loro spazi artistici), con focus su temi attuali tra i quali l’ecoansia e l’estinzione.
La prima artista a essere ospitata nel Bunkervik non ha tuttavia svolto alcuna residenza, ma come spiegano gli organizzatori rappresenta bene il succo del nuovo ciclo. «Non ho fatto nulla per tutta l’estate se non aspettare di tornare ad essere di nuovo me stessa» di Caterina Gobbi riapre così lo spazio.
Gobbi è artista, musicista e body artist che negli ultimi periodi ha evoluto la propria arte spostando l’attenzione su soggetti che rappresentino il binomio tra corpo e natura. Si muove tra performance, suono e scultura, e le opere ospitate in via Odorici alimentano riflessioni sulla natura e sull’artificio umano.

L’opera più emblematica tra quelle presentate è la chitarra elettrica che suona lievemente in loop, sovrastata da un mazzo di fiori. Rappresenta l’estate, periodo di rilassamento durante il quale le persone riscoprono la natura in maniera più spontanea. E mentre la chitarra si scorda, i fiori resistono. Perché la natura primeggia sull’artificio.




