Cosa nascondono le segrete del Castello di Brescia

Ci siamo stati con l’Associazione Speleologica Bresciana e gli Amici del Cidneo e abbiamo visitato torri, cunicoli, sotterranei che non tutti conoscono
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Un dettaglio in una delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Un dettaglio in una delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Sono molto bui, parecchio freddi e soprattutto estremamente affascinanti: parliamo dei cunicoli, dei sotterranei e delle stanze nelle torri del Castello di Brescia, che sovrasta tutta Brescia e che è ricchissimo di storia. Abitato sin dall’Età del Bronzo, il colle Cidneo che lo ospita suggerisce già la funzione di questo complesso: la fortezza militare ha sempre rappresentato la difesa della città. Ciò che resta è una preziosa stratificazione che racconta la storia di Brescia, di chi l’ha governata e delle sfortunate persone che si sono ritrovate a trascorrere qui il proprio periodo di prigionia fino, più o meno, alla metà del Novecento.

Il ruolo degli speleologi

Per cominciare, è bene andare indietro di qualche anno. Nel 1997 il Castello di Brescia era, in parte, un luogo abbandonato. Da circa cinquant’anni molte aree non erano più utilizzate. La vegetazione aveva invaso passaggi e accessi: gli operatori dell’Associazione Speleologica Bresciana – che per primi si introdussero nei meandri del castello – per aprirsi la strada dovettero usare il machete, nella vegetazione fitta e non controllata. Su incarico del sindaco Paolo Corsini, iniziarono un lavoro sistematico, durato circa tre anni. L’obiettivo era mappare ciò che si trovava sotto la superficie: cunicoli, torri, cisterne, ambienti dimenticati. Da quella ricerca nacque anche una pubblicazione, «Segreti e segrete del castello di Brescia», e dal 2001 presero quindi avvio le visite guidate.

Una visita alle segrete del Castello di Brescia a cura dell'Associazione Speleologica Bresciana
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Una visita alle segrete del Castello di Brescia a cura dell'Associazione Speleologica Bresciana

Accanto a questo lavoro, un ruolo importante lo svolsero (e lo svolgono tuttora) gli Amici del Cidneo, il comitato presieduto da Giovanni Brondi che da oltre dieci anni – dopo un’intuizione del professor Marco Vitale – si occupa di valorizzare il colle e il Castello di Brescia, aprendolo al pubblico e manutenendolo. Il loro intervento rende accessibili spazi che altrimenti resterebbero chiusi o poco leggibili.

Una fortezza

Arriviamo, dunque, alle segrete. Perché, va ricordato, il Castello di Brescia – che si trova sul colle Cidneo, a circa 250 metri sul livello del mare – è una fortezza militare (tra le più estese in Europa). La posizione, dominante sulla città, determina la sua funzione: controllare e difendere. Nel tempo si susseguono dominazioni e trasformazioni. I Visconti di Milano, per esempio, hanno costruito il Mastio visconteo sui resti di un tempio romano, con strategica vista sulla città. E le loro fortificazioni avevano caratteristiche precise: muraglie dritte e lisce, difficili da scalare, torri tonde ma slanciate.

Con l’arrivo dei veneziani cambiò anche il modo di combattere: l’introduzione della polvere da sparo modificò anche l’architettura militare e le mura diventarono più spesse per resistere alle palle di cannone (che potevano pesare fino a duecento chilogrammi). Le forme tonde vennero però mantenute, per un motivo preciso: favoriscono il rimbalzo dei colpi.

Milanesi, veneziani, francesi, spagnoli... Ogni dominazione lasciò le sue tracce, visibili nella stratificazione architettonica. E pure gli eventi traumatici, come il Sacco di Brescia del 1512, segnarono la storia del luogo. Il castello, dunque, si espanse pian piano, con un sistema articolato di bastioni e difese esterne. La visita nelle torri e nei sotterranei permette di leggere queste stratificazioni.

Le scale che portano a uno dei sotterranei delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Le scale che portano a uno dei sotterranei delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Le torri e i sotterranei

Le torri e i sotterranei del Castello di Brescia si sviluppano lungo un sistema difensivo stratificato che occupa l’intero colle Cidneo e riflette, come accennato, la funzione militare del complesso. Tra le strutture principali emergono la torre dei Prigionieri, collocata lungo la cinta trecentesca e legata al controllo degli accessi, la torre Coltrina, di origine quattrocentesca e visibile lungo il percorso verso la parte alta della rocca, e la torre dei Francesi, che si apre sui giardini settentrionali e segna uno dei punti estremi del sistema difensivo superiore. A queste si aggiunge la torre Mirabella, situata nell’area sommitale, in corrispondenza del mastio trecentesco, oggi sede del Museo delle Armi Luigi Marzoli. 

Il sistema dei sotterranei è invece legato ai percorsi coperti e alle opere di difesa interna, come la strada del Soccorso e il passaggio che conduce alla torre Coltrina. Questi ambienti si sviluppano sotto le cortine murarie e collegano bastioni, edifici militari e punti di controllo. L’accesso alla parte alta della rocca avviene attraverso rampe e varchi difesi da porte e ponti levatoi, tra cui quello trecentesco che introduce ai livelli superiori. Nel percorso si incontrano anche spazi oggi riconvertiti, come i giardini settentrionali e la fossa dei Martiri, che si collocano in un’area un tempo destinata alla difesa e al controllo del perimetro interno. Un percorso, questo, che si percorre durante le visite dell’Associazione Speleologica.

Torri e fosse

Tra le torri c’è, come detto, la Coltrina, che è di impianto veneziano e che presenta quattro postazioni di artiglieria. Ogni bocca da fuoco è dotata di uno sfiato per evacuare il fumo, e la cupola in mattoni indica interventi successivi di restauro. L’ingegneria militare è visibile nei dettagli: funzione e forma coincidono.

Salendo, si incontrano elementi ancora più antichi. Due cisterne di epoca romana, databili al IV secolo, raccolgono acqua piovana. Per renderle impermeabili viene utilizzato il cocciopesto, una miscela di frammenti ceramici e calce. Anche la muraglia viscontea è leggibile, in parte, sopra la fossa omonima. E pure qui i veneziani intervenirono con l’uso di mattoni «barbacane», gli stessi impiegati a Venezia per le costruzioni sui canali.

Alcune torri cambiarono funzione nel tempo: lo si nota per le tracce lasciate dai prigionieri, numerose in tutti gli spazi che furono usati come carceri, e dalla chiusura di elementi funzionali come le cannoniere. Le tracce materiali del passaggio di prigionieri e carcerieri, ma non solo, sono moltissime: nomi incisi sull’intonaco, scritte essenziali, «Addio prigione», poesie... 

Una delle scritti nelle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Una delle scritti nelle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

I prigionieri e le tracce

Tra le firme più significative lasciate sui muri della Torre dei Prigionieri c’è quella di Germano Castellini: fu incarcerato a 18 anni nel 1945 con l’accusa di essere partigiano. In realtà, secondo la ricostruzione familiare, aveva solo rubato delle galline per nutrirsi. Lo si scoprì proprio durante una visita guidata dell’Associazione Speleogica Bresciana, quando a svelare i retroscena di quella prigionia fu uno dei nipoti di Castellini.

La firma del prigioniero Germano Castellini in una delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
La firma del prigioniero Germano Castellini in una delle torri del Castello di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Tra i carcerati documentati c’è anche Giuseppe Pagano, figura centrale della cultura architettonica italiana e legata alla rivista Casabella. Rimase in isolamento per due mesi, e una volta liberato disegnò la torre che lo ospitò in toni non del tutto tragici: parlò, ad esempio, della possibilità di riflettere in quello spazio chiuso.

Oltre a Pagani, anche Giacomo Cappellini – comandante di un battaglione delle Fiamme Verdi e autore di alcuni scritti realizzati durante la sua prigionia in Castello, pubblicati nel volume «Alla Mirabella» – fu rinchiuso qui.

Le condizioni non erano per niente idilliache: nel 1945 la torre arrivò a ospitare fino a cinquanta persone in uno spazio molto angusto. Non tutti i segni sono però legati alla detenzione. Nella parte alta della torre compaiono affreschi: rappresentano il castello stesso, con torri oggi scomparse o trasformate, e scene legate a tornei cavallereschi. Si vedono stendardi, tende, un cavaliere inginocchiato, armi e soldati… Si vedono, soprattutto, i tetti rossi sulle torri, che oggi non sono più visibili. Non esistono purtroppo documenti che chiariscano chi li abbia realizzati, ma di certo, dicono dall’Associazione, non sono opere dei prigionieri. La torre nacque infatti già decorata.

L'affresco del Castello - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
L'affresco del Castello - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Dai francesi all’Esposizione universale

Nella parte orientale del castello si trova la Torre dei Francesi. È un punto strategico, rivolto verso i Ronchi, che guarda a via Turati. La strada fu scavata nel 1530: prima, infatti, i Ronchi e il Cidneo non avevano soluzione di continuità. Una morfologia, questa, che rendeva debole il Castello di Brescia dal punto di vista della sicurezza.

La torre attuale è frutto di ricostruzioni. Nel 1508 un fulmine colpì infatti i depositi di polvere da sparo, provocando un’esplosione che distrusse la struttura precedente. La ricostruzione avvenne in epoca francese e secondo la tradizione locale tra i consulenti potrebbe esserci anche Leonardo da Vinci, che in Val Trompia studiò le tecniche di fusione del ferro con carbone e ossigeno. Questa torre non venne mai utilizzata come prigione: mantenne sempre una funzione difensiva e anche per questo presenta ancora fuciliere e cannoniere (anche se alcuni sfiati risultano chiusi, probabilmente a causa di modifiche successive).

Un ulteriore cambiamento arrivò però nel Novecento, quando il castello ospitò la grande esposizione «Expo 1904». I pavimenti attuali in alcune sale risalgono a quell’allestimento, che portò sul colle oltre quattrocentomila visitatori in pochi mesi. Il progetto fu dell’architteto Egidio Dabbeni, di gusto liberty come andava di moda all’epoca.

Il castello durante l'Expo 1904
Il castello durante l'Expo 1904

E arriviamo a oggi. Le esplorazioni, dopo le scoperte di questi primi vent’anni di speleologia cidnea, non si sono fermate: gli ambienti continuano a emergere, grazie al lavoro e alla passione delle associazioni che con cura e amore riportano il castello al suo antico fasto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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