Storie

In un libro la storia vera di Bruno, il «matto del paese» di Chiari

Luca Gorlani, allora educatore del giovane, ripercorre una vicenda risalente agli anni Ottanta, ma ancora impressa nella memoria della comunità
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Una veduta di Chiari, il paese di Bruno - © www.giornaledibrescia.it
Una veduta di Chiari, il paese di Bruno - © www.giornaledibrescia.it

«Allora proverò a raccontare di questo incontro fra un giovane motivato, che credeva fermamente nella possibilità di creare un mondo diverso, senza troppe strategie in verità, e una persona dispersa dentro il suo profondo dolore interiore, sinonimo, cifra esistenziale seppur deformata, di un essere umano dolente che è dentro tutti noi». Così scrive Luca Gorlani. È lui il giovane carico di belle speranze del libro «Ma il mio nome è Alessio» (Angolazioni, 114 pagine, 15 euro).

Oggi è nella Direzione della Cooperativa Il Vomere di Travagliato, ed è coordinatore della rete Connessioni che raduna gli enti bresciani della disabilità, ma iniziò a lavorare come educatore a fianco d’un malato psichico. La «persona dispersa» è Bruno Colombo, ragazzo partito per la naja bello e brillante e tornato a casa con la mente in frantumi.

La malattia

«Schizofrenia difettiva» la diagnosi che non lasciava spazio a riaggiustamenti. Episodi e riflessioni, poco più di cento pagine – ma tanto basta per scavare nell’animo umano – che stanno suscitando interesse ed interrogativi. Alla presentazione – promossa nei giorni scorsi da Faro 50.0, associazione di volontariato di Chiari – la sala era gremita, perché Bruno e la sua vicenda sono ancora impressi nella memoria della comunità.

Chiari lo aveva guardato con timore quel giovane, talvolta con scherno, quando vagava per strade e bar. Rimase attonita quando lo trovarono morto sulla panchina del viale. E si commosse in un funerale che fu corale, e forse persino carico di rimorsi. Bruno viveva in una casa vuota e devastata, perché «quando montava la marea» fracassava i vetri delle finestre e gettava tutto quel che trovava. Vagava ripetendo ossessivamente frasi interrotte da risate sonore. Persino mamma e papà dovettero allontanarsi. Aveva occhi azzurri che diventavano brillanti le poche volte che era felice, e si spegnevano quando le crisi lo imprigionavano a letto per giorni e settimane.

Lo schizofrenico ha percezioni tutte sue dello spazio e del tempo, e di sé. Bruno o Alessio? Gorlani divenne suo educatore per caso e per sfida, coinvolto dalla psichiatra Carla Ferrari Aggradi, che aveva appena avviato il Centro psicosociale dell’Ovest bresciano. Basagliana di ferro, nella prefazione si chiede, dopo una vita intera sul campo, se stare accanto a persone «matte» sia essere «liberatore o carceriere, boia o promotore di emancipazione».

I servizi psichiatrici promuovono salute mentale o controllano i comportamenti? Questi interrogativi stanno dietro ogni singola pagina. L’educatore cerca di creare relazioni, di proporre esperienze, spera di rimontare almeno un poco la china. E quando pensa di avercela fatta, l’altro che gli sta di fronte smonta ogni illusione. Non resta che porsi accanto a quell’immenso dolore, senza nemmeno pretendere di comprenderlo.

L'ex ospedale psichiatrico di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
L'ex ospedale psichiatrico di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Persone e storie

Scrive Roberto Cavagnola, lo psicologo che seguiva l’educatore Gorlani e l’assistito Colombo: «Questo libro ci ricorda che la follia non è qualcosa che accade agli altri, ma una possibilità inscritta nella condizione umana. Che i matti non sono categorie diagnostiche, ma persone con nomi e storie». Questa storia riemerge dal passato – si svolge negli anni Ottanta – ma è vivissima. Solo un racconto, non un saggio, può comunicarla. E Gorlani la racconta con toni delicatissimi, senza nulla nascondere. Tenacemente convinto che davanti al peso dell’esistenza, si possano aprire momenti di leggerezza «cercando di promuovere i cambiamenti che possano migliorare noi, le nostre relazioni e il mondo dove avvengono».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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