Al Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, unico Irccs monotematico per la malattia mentale in Italia, numeri e interventi raccontano una domanda crescente di salute. Abbiamo affrontato il tema, cercando di andare oltre i dati, con Giovanni Battista Tura, psichiatra psicoterapeuta, responsabile medico della Psichiatria.
Dottor Tura, quali numeri descrivono l’attività 2025?
I numeri fanno riferimento all’attività della Psichiatrica, che è una delle due aree del nostro Centro; l’altra è dedicata alla cura e alla riabilitazione del decadimento cognitivo. Sul versante assistenziale, la filiera parte dall’unità di Riabilitazione psichiatrica, con 20 posti di degenza per programmi intensivi di 4 settimane: nel 2025 abbiamo realizzato circa 250 ricoveri, con interventi clinico-riabilitativi in un setting altamente specifico.
Poi c’è la Residenzialità riabilitativa comunitaria con 180 posti per persone inviate dai Dipartimenti di Salute mentale lombardi, propone percorsi riabilitativi personalizzati e di media e lunga durata. Sul fronte ambulatoriale, nel 2025 abbiamo erogato tremila visite specialistiche psichiatriche. C’è, poi, il servizio di Macroattività ambulatoriale complessa per programmi integrati e multidisciplinari.
A ciò si aggiunge l’attività traslazionale, dalla ricerca alla clinica, che caratterizza gli Irccs.
I laboratori e le unità di ricerca del Centro traducono le più recenti evidenze scientifiche in nuovi programmi di cura a vantaggio della popolazione. Particolare attenzione è rivolta ai giovani. Abbiamo competenze consolidate sui disturbi di personalità e sul rapporto tra stili di vita, salute fisica e benessere mentale globale. Il filo conduttore di tutte le attività è un modello centrato sulla persona, in rete continua con i Dipartimenti di Salute mentale, la medicina territoriale, il mondo socio-sanitario e il terzo settore.
La domanda di salute è in crescita?
Sì, la domanda cresce, ma la vera sfida non è tanto quantitativa quanto qualitativa. La salute mentale va intesa come una condizione di benessere multidimensionale. I pazienti sono più attenti alla qualità delle risposte ricevute e alle prestazioni efficaci, e richiedono modelli di intervento che tengano conto delle diverse esigenze. Questo approccio fa la differenza nella gestione dei servizi di salute mentale.
Quali bisogni emergono?
Il profilo del paziente è cambiato, e con esso anche i bisogni e le attese. La salute mentale non riguarda più solo il controllo della malattia e dei sintomi, ma processi qualitativi legati all’abitare, al lavorare, al socializzare e all’essere inclusi nella rete sociale. Questi aspetti richiedono dinamiche condivise e partecipative, rendendo il lavoro di chi promuove salute più sfidante e impegnativo.
Le sfide emergenti e urgenti riguardano soprattutto i giovani, le nuove marginalità e le nuove povertà «vitali». Da qui la necessità di interventi precoci, integrati, articolati e differenziati, in grado di offrire risposte più contemporanee e adeguate alle diverse esigenze della popolazione.
I servizi, a suo avviso, riescono a rispondere realmente alla domanda? Si potrebbe fare di più? Se sì, in che modo?
Proprio per quanto ho accennato, lo sforzo dei servizi è attivo e, in buona parte, efficace. Tuttavia, la velocità con cui la domanda evolve e le nuove emergenze evidenziano i limiti dell’attuale organizzazione: a domande sempre più specifiche si danno ancora risposte generiche.
Per questo è necessario rivedere i modelli assistenziali e riabilitativi, favorendo maggiore personalizzazione e integrazione. È importante sviluppare modalità che coinvolgano anche altri ambiti, come famiglia, scuola e lavoro. Pensare che la salute mentale possa essere affrontata esclusivamente in ambulatori o strutture è ormai anacronistico e rischia di impedire di offrire alle persone le risposte che meritano.
Si avverte la necessità di ulteriore personale?
La questione è centrale e va affrontata con distinguo oltre l’ovvietà. Tre variabili sostengono qualsiasi percorso di cura in salute mentale: il personale disponibile, il tempo dedicato alla persona e le risorse complessive. Queste tre variabili sono interconnesse: se una manca, le altre due ne risentono.
Avere più personale è fondamentale, ma non sufficiente. Gli operatori devono essere formati, qualificati e messi nelle condizioni di lavorare bene. Più operatori senza tempo, spazio e strumenti per costruire una relazione reale con il paziente non risolvono il problema, lo spostano soltanto. Uno dei nodi più critici è l’abbandono precoce dei percorsi di cura, un fenomeno diffuso e spesso sottovalutato, con conseguenze importanti anche in termini di prevenzione.
Non si tratta di imporre obblighi maggiori, ma di fornire servizi specifici e articolati, in grado di promuovere una migliore qualità di vita dei pazienti. Solo così l’aderenza ai programmi di cura - condizione imprescindibile anche per la prevenzione - può essere favorita e mantenuta. Su questo, come istituzioni, è necessario investire e progettare con determinazione.



