«La verità è che giocare è bello. Almeno, finché hai ancora soldi e ti va bene. Sono arrivato a scommettere 24 ore al giorno. Dormivo poco, prima di chiudere gli occhi puntavo su dei numeri a caso della roulette online, poi mi svegliavo e controllavo se avevo vinto. Ma mi davo anche un limite. Sì, di 20mila euro a sera...».
Gli ospiti di Regina di Cuori, centro specialistico residenziale e semi-residenziale di Cellatica dedicato alla cura della dipendenza dal gioco d’azzardo, hanno voglia di raccontarsi. Entri nella casa a due piani in località Fantasina passando per un vialetto che attraversa un giardino. Ti accolgono prima la responsabile Anna Schiavone, psicologa e psicoterapeuta, e subito dopo i latrati di Niro, un cagnolone nero, protettivo e territoriale.
Un nome «forte»
Regina di Cuori è un nome «forte» per un centro la cui finalità è riconsegnare una vita sana ed equilibrata a persone che hanno messo in pericolo la loro esistenza e quella dei loro cari con il gioco. Sebbene le storie che gli ospiti raccontano siano drammatiche, gli stessi residenti non mancano di essere anche autoironici. E questo spiazza. Forse è la forza che appartiene solo a chi ha veramente toccato il fondo. Tanto che «alla fine – come ricorda Antonio, nome di fantasia – mi ritrovavo a scommettere sapendo che avrei perso, spinto da un istinto di autodistruzione. Ho cercato di venirne fuori in ogni modo. Fa strano dirlo, ma questo posto è l’ultima carta del mazzo».

Nella sala della casa di Cellatica – la struttura è attiva dal primo aprile del 2019 – il sole filtra attraversa grandi vetrate. «Siamo un ente accreditato col Servizio sanitario nazionale – spiega Schiavone –. I nostri percorsi personali sono finanziati da progetti regionali. Accogliamo uomini e donne, stanno qui dai tre ai 18 mesi. Alleniamo le persone a compiere scelte». Il fine ultimo è quello di restituirli a una vita sana. In cui il gioco ha un’altra posizione, in cui ci sono relazioni, possibilmente un lavoro, sonno regolare.
Due esistenze
«Giocare era il mio modo per non pensare – racconta una donna che un tempo aveva una birreria –. Lavoravo, avevo un compagno che mi lasciava sola. Non sapevo dove fosse. Scommettere mi faceva entrare in una bolla». Per una signora ucraina i gratta e vinci erano una via di fuga da un passato terribile: malattia, vita da senzatetto, la città d’origine rasa al suolo dalla guerra. «Il mio problema col gioco mi ha cambiato il carattere – racconta –. Ho iniziato a raccontare tante bugie. Mi è bastata una vincita da mille euro al primo tentativo. Pensavo fosse una chance di riscatto. Ho iniziato a spendere quasi tutto. Mi restavano soldi per un po’ di patate, caffè e zucchero».
Il gioco è passato dal semplice Totocalcio alla possibilità di puntare su qualsiasi cosa. Secondo un uomo di 53 anni – tre figli e un divorzio alle spalle – «oggi siamo tutti meno protetti. L’apparente maggiore libertà in cui viviamo fa sì che sia possibile giocare sulle debolezze delle persone. Mi è capitato di giocarmi lo stipendio, di chiedere aiuto ad amici, di riuscire a ripagarli e di credere che, tutto sommato, si potesse andare avanti così». Per lui, come per altri, vincere buone somme significava poter essere brillanti con gli altri: offrire da bere, fare regali. Guadagnare non tanto per sé, ma per ottenere una sorta di riscatto sociale. «Ho iniziato a crollare quando mi sono messo a lavorare in un’agenzia di scommesse – racconta un quarantaduenne –. Quando ne ho aperta una tutta mia con i soldi dell’eredità dei miei genitori tutto è precipitato».
Il presente, per gli ospiti di Regina di Cuori (può ricevere fino a otto persone), è fatto di sveglie, colazioni, terapia di gruppo, anche con progetti teatrali, pasti insieme, attività volte al reinserimento, riposo. E voglia di sperimentare un secondo tempo della propria esistenza. E, alla fine, «la possibilità di vivere due vite in una è abbastanza rara». Vale la pena coglierla.




