A Brescia, la strada dritta è un labirinto: mantenere i nervi saldi per non smarrire il filo e trovare l’uscita prima di andare a complicarsi sul serio la vita è il primo mandato. Siamo un po’ già a questo, dopo appena cinque giornate. E quindi solo all’alba di una stagione da nati per vincere, ma che per molti diventa già motivo di riso amaro che si traduce in battute della serie «quando la ordini su internet, quando ti arriva a casa». Ovvero, quando ti fai attirare da un prodotto rappresentato come accattivante che però quando te lo ritrovi per le mani non corrisponde all’immagine. Naturalmente è tutti fuori tempo e fuori luogo: da giocare ci sono 33 – trentatré – partite ed è vero che c’è già un Cittadella in fuga, ma è altrettanto vero che pur avendo caratteristiche e un taglio oltre che un esperienza molto molto credibili, parliamo di una squadra che ha svariati punti di forza (un buonissimo attacco e un buon centrocampo), ma anche i suoi limiti (dietro). Bisogna dirselo per non figurarsi di dover duellare a distanza con una fuoriserie e infilarsi così ulteriori tarli nella testa.
Le attese
Infatti non è tanto, o non solo, il gap dal primo posto per quanto 4 punti di divario accumulati in 5 partite siano già parecchi per una Union Brescia, come si diceva, da nati per vincere. Propositi di vittoria spregiudicati e promesse di cavalcata di certo non usuali, ma di fronte ai quali tutti hanno accettato i rischi annessi e connessi. Comprese dunque critiche, sbuffate, mugugni e insofferenza. È tutto direttamente proporzionale, come al contrario lo sarà in termini di gioia quando eventualmente si tratterà di alzare le braccia al cielo all’atto di un trionfo che non può non arrivare per tutto quello che c’è in ballo.
Il punto è che l’Union Brescia è già alla sua prima grande sfida interna: quella di mantenersi compatti, allineati, lucidi nella consapevolezza che è alla fine che bisogna arrivate primi. Tutto giusto.
Le contestazioni
Restano però le aspettative, le premesse e le promesse che erano quelle di una squadra dominante. Che non fa necessariamente rima con travolgente o bellissima, ma che semmai significa padrona: di se stessa. Che quindi sa incutere timore e mettere in soggezione l’avversario non necessariamente «urlando», ma anche soltanto imponendo la propria identità. Quindi, non sono due pareggi consecutivi a disarmare le ambizioni, ma le modalità di conseguimento degli stessi. Modalità che hanno confermato vecchi limiti evidenziandone di nuovi. Modalità che portano anche a farsi domande sul tasso di personalità della rosa (scelte tattiche anche discutibili a parte, i giocatori non possno non essere ricondotti alle loro responsabilità nei minuti finali e fatali col Treviso). Modalità che pongono il tecnico Eugenio Corini – attorno al quale la società fa quadrato – sempre più nel mirino della critica popolare.

Ed è a lui in particolare che la delegazione di ultras si è rivolta nel confronto dopo gara di giovedì per chiedere il famoso «di più» che ci si attendeva già se non altro perché il progetto di questa stagione è iniziato nella seconda parte della scorsa. Al netto di dichiarazioni e difese d’ufficio, al netto di statistiche che sì segnalano punti a favore dei biancazzurri (però conta anche il percepito e conta non riuscire a sporcare le mani del portiere avversario) al netto anche di considerazioni sull’opportunità di procedere a chiarimenti quando siamo ancora solo agli inizi, tutti sanno che quel «di più» vada fatto e dato. Sotto diversi aspetti.
Persino quello di restituire sull’esterno il volto di una squadra più felice invece che costantemente preoccupata dell’obiettivo di giornata: meno espressioni patibolari e più spensieratezza, può essere il concetto. C’è allora anche un tema di mentalità. E qui si torna al famoso episodio col Treviso del corner a favore buttato via al 90° con ancora 7’ da giocare di una partita dal risultato aperto: perché giocatori esperti come Rizzo Pinna e Mercati, protagonisti della circostanza, propendono per l’opzione conservativa anziché quella di provare a creare presupposti per la ricerca di un tris o perlomeno per tenere lì, fiato in gola, il Treviso?
Solidità, non difensivismo
Per vincere il campionato l’Union Brescia ricerca prima di tutto la solidità che è stato il marchio di fabbrica di chi negli anni scorsi ha a sua volta vinto la stagione. Però solidità non è sinonimo di difensivismo che sta invece iniziando a essere un’etichetta per Corini e per questa squadra che giovedì dopo aver confezionato la rimonta si è messa in totale protezione, schiacciandosi su una linea a cinque dietro e con solo una punta in campo, finendo così per attirare – quasi per inerzia – nella propria area uno sfinito Treviso (peraltro 7 dei suoi 8 punti in classifica sono arrivati proprio con reti nel recupero) però in campo con giocatori molto fisici.
Giovedì. La verità è che era una partita già vinta mentre l’altra realtà è che una squadra che vuol dirsi matura non può lasciarsi andare a una mala gestione tale dei minuti finali di una gara in casa che era stata rimontata.
L’Union è anche una squadra che ha ancora bisogno di risolvere delle questioni tattiche (a partire dalle difficoltà esagerate nella costruzione dal basso e della mancanza di un«cervello») con la percezione anche di un vestito tattico non adeguato se mancano degli specifici protagonisti mentre un giocatore chiamato a fare la differenza come Casasola è ancora molto sulle sue e mentre anche un giocatore come Rizzo Pinna, destinato a dover essere ancora più decisivo, non è ancora del tutto coinvolto. Si invoca, sulla piazza, la svolta definitiva in un attacco con le due punte, ma la squadra è stata pensata diversamente e le punte sono contate. I conti però bisogna farli quadrare e trovare la chiave che sblocca la serenità, che fa superare l’impasse, che racconta solo di qualche buca presa. Serve trovare il sasso che smuove lo stagno. Mentre si tengono i nervi a posto e si resta insieme.



