Martellanti: «come gli ACDC o i Metallica», chirurgici: «come nel basket», performanti: «come nella Formula1».
Pensieri e passioni di Stefano Gori. Le sue manone sante non solo potranno, ma dovranno essere una delle chiavi del Brescia per aprire i play off. Per spalancare la porta su un sogno. Immaginando fioretti e scommesse da onorare perché se non corri con la fantasia e non sai disegnare scenari felici non c’è gusto, non c’è sale, non c’è vita e non c’è calcio. Sognare, immaginare: voci di verbi da saper coniugare, ma da maneggiare con estrema cura, impanandoli «nell’equilibrio.
Che aria si è respirata nelle prime due lunghissime settimane d’attesa del momento clou della stagione?
«L’aria di persone che fremono».
Lei l’aria dei play off la conosce molto bene, ma è la prima volta che la vive da giocatore della squadra della sua città. C’è qualcosa di diverso?
«Chiaramente io da giovane, ma posso dire anche durante gli anni della mia carriera sono sempre stato un tifoso del Brescia. Diciamo che vivere un momento del genere con la squadra del posto in cui sei nato e vivi ti dà quel qualcosa in più che ti responsabilizza ulteriormente. Ma io riesco sempre a fare il mio lavoro non pensando a questo aspetto particolare».
Sono stati giorni diversi anche nella gestione degli allenamenti.
«Sì, con carichi anche importante. Ci sitao preparando al meglio e la strada che stiamo percorrendo come dicevo è quella di chi ha voglia di tornare a giocare le partite che contano».
Non c’è il rischio di caricarsi troppo prima del tempo e di sprecare energie?
«Quello a cui facevo riferimento è il fremere sano, di chi non vede l’ora. È il fremere anche dei tifosi, tutti insieme. Poi certo: bisogna saper vivere le cose giorno per giorno. Bisogna saper staccare quando è il momento di staccare e pensare al calcio quando è giusto pensarci».
E lei cosa fa quando vuole staccare?
«Mi faccio delle passeggiate, o mi guardo un bel film. Poi ho i miei hobby».
Tipo?
«Vedere la Formula 1. Sono super patito. Guardo tutto, anche le interviste dei dopo gara. È un mondo in cui mi ritrovo, che mia affascina».
Cosa la affascina in particolare?
«Che si ammirano macchine progettate come fossero dei robot, ma che pur essendo tali hanno comunque delle fragilità. Sono leggerissime eppure hanno una potenza spropositata».
Lei si è sentito macchina per questa categoria? Ha avuto le sue fragilità?
«Io penso di aver fatto un buon campionato, che ha rispettato ciò che da me ci si aspettava anche se ammetto che riabituarsi a questa categoria non è stato facile».
Qual è stato l’aspetto più complicato da gestire nella fattispecie?
«Passare dall’andare vicino alla serie A (con lo Spezia, ndr) al ritrovarsi su certi campi. È chiaro che i contesti fanno la differenza, possono darti più o meno frizzantezza. Di certo questo è un aspetto che cambia».
Il mantra dell’equilibrio

Anche Corini era abituato ad altri contesti e predica non a caso umiltà...
«Infatti questo è pure un mio punto fermo».
Sempre Corini ha un mantra: l’equilibrio. Lei si reputa equilibrato pur essendo un portiere? O ormai anche quelli che riguardano chi occupa il suo ruolo sono solo luoghi comuni?
«Io mi reputo un equilibrato. Poi magari ci sono state dei periodi o delle partite in cui questo equilibrio mi è venuto un po’ meno. Partite nelle quali ho perso troppe energie nervose preziose. Questo è un aspetto sul quale lavoro: per esempio, non è che quando perdi devi perdere anche del tempo a pensare troppo a come è andata».
Anche a 30 anni, che lei ha appena compiuto, si può migliorare?
«Anche a 80. Mai smettere di imparare. C’è sempre qualche nuova sfida da affrontare».
Ma le ha fatto effetto questo compleanno in tripla cifra tonda?
«Onestamente no, l’ho preso con serenità».
Il bello e il brutto di essere tornato a casa a fare questo di lavoro?
«Il bello è che conosco pregi e difetti della piazza. Un aspetto brutto in sè non lo vedo, ma se dovessi dire manca il rovescio della medaglia del bello e cioè poter conoscere posti e usanze nuovi. Resta il fatto che a prescindere da dove mi trovo sono semplicemente uno che ha estremo rispetto della propria professione e che punta ad arrivare alla fine di ogni giornata senza rimpianti».
Il segreto dei play off?
«Io li ho vinti (col Pisa) e anche persi (con lo Spezia, ndr). Posso solo dire che una partita non dura 90’, ma 180’. Non si tratta di gare comuni e vanno giocaqte col massimo della consapevolezza e dell’attenzione. E così torniamo all’aspetto dell’equilibrio di cui sopra...».
Cosa vi è mancato in stagione per essere più regolari? Solo i giocatori?
«Io penso che il nostro secondo posto sia stato sottovalutato per tutto quello che abbiamo passato. Il nostro risultato è stato positivo e penso che in pochi che eravamo quando arrivò Corini, abbiamo vinto quattro partite di fila: qualcosa vuol dire. Se nel valutare il secondo posto sull’esterno pesa il grande distacco dal Vicenza? Non lo so, ma certo nelle due partite contro la squadra che ha vinto abbiamo dimostrato che non eravamo inferiori».
Lei è scaramantico?
«Ho smesso».
In che senso?
«Ho capito che era particolarmente stupido pensare che il mio destino dipendesse dall’indossare un parastinco prima di un altro e cose del genere. Quando ho capito che certi gesti iniziavano a condizionarmi ho detto basta».
Il miglioramento nell’atteggiamento

Silvestri ha detto che l’aspetto in cui siete più cresciuto è il carattere. Concorda?
«Io penso che dall’inizio della stagione, migliorando anche la conoscenza reciproca, siamo riusciti a trovare una quadra tale per chi siamo riusciti a mettere da parte atteggiamenti di arroganza o presunzione».
Quali sono state le gare che avete sbagliato che vi hanno fatto passare poi giorni davvero difficili?
«Quella col Lumezzane all’andata e con la
Triestina al ritorno».
La gara che personalmente le ha dato più soddisfazione?
«Quella con la Dolomiti all’andata o quella con la Giana vinta in inferiorità numerica al ritorno: sono stati segnali della squadra che siamo e cioè che non molla».
Lei va spesso anche a vedere la Germani: se del perché la F1 la affascina ci ha detto, cosa dire invece del basket?
«Mi piace l’aspetto delle tante cose che possono succedere anche solo in un secondo: vuol dire che se resti in partita, qualcosa può sempre accadere anche a tuo favore. Poi mi piace l’aspetto della precisione che ci vuole sotto canestro: omoni mastodontici che però devono avere finezza ed essere chirurgici. Penso a Bilan».
Chirurgici bisognerà diventarlo sotto porta per i play off...
«Lavoriamo per essere tutti dei Bilan».
E per essere dei Kimi Antonelli?
«Lì - sorride - la strada è un po’ più lunga, ma ci proviamo».
Non succede, ma se succede ha già un fioretto pronto?
«Meglio non pensare a niente e pensare di avere poi questo "problema"...».




