Infortuni Brescia: cosa dicono gli ex preparatori di Inter e Juve

Messi in controluce, i numeri sugli infortuni del Brescia destano ancora più impressione. Quattordici stop muscolari (ricadute comprese), sei traumatici, cinque per quello che grezzamente si può definire «logorio articolare»: è il caso, ad esempio, di Di Molfetta e Mercati. Tra i giocatori di movimento, soltanto otto (Armati, Fogliata, Balestrero, Lamesta, De Maria, Marras e Cazzadori) non sono stati toccati da guai fisici. Ed è vero in senso lato, perché questa desolante contabilità non rileva i casi più leggeri, come una singola partita saltata per un affaticamento.
È possibile risalire all’origine di tutte queste defezioni? Proviamo a orientarci con due esperti: Fabio Ripert, preparatore atletico di fiducia di Simone Inzaghi, oggi all’Al-Hilal d’Arabia dopo uno scudetto vinto con l’Inter (insieme a diverse altre coppe nazionali e a due finali di Champions disputate), e Roberto Sassi, il «prof» dei muscoli alla Juventus per un decennio fino al 2020, già membro di staff prestigiosi in grandi club internazionali come Atletico Madrid e Chelsea.
Partiamo dalla quantità impressionante di infortuni: è corretto definire anomali questi numeri?
Ripert: «Non possiamo parlare di semplice sfortuna, ma sono molti gli elementi da considerare. In dieci anni il calcio si è evoluto: è aumentata l’intensità, rispetto al passato c’è un sovraccarico maggiore, e questo è certamente un tema. Poi c’è l’allenamento invisibile, che è lo stile di vita del calciatore: cosa mangia, quanto dorme. Questo aspetto, a mio avviso, copre il 70 o l’80% delle considerazioni che vanno fatte. Nel calderone c’è pure il lavoro di prevenzione che fa il preparatore, che è però soltanto un anello della catena. Quando le cose vanno male, la mia categoria è la più bersagliata dopo gli allenatori. Il discorso è però molto più complesso. Nella scorsa stagione all’Inter dovemmo fare i conti con qualche infortunio, chiudendo però l’annata con oltre sessanta partite. Con la Champions di mezzo il Napoli ne ha avuti molti di più, un campionato fa non ebbe di questi problemi. Eppure l’allenatore e il preparatore sono gli stessi di allora».
Sassi: «Premetto che i miei riferimenti statistici sono quelli legati alle squadre che partecipano a competizioni europee. In assoluto però sì, sono numeri alti. Il discorso sugli infortuni, poi, è multifattoriale: avere tanti giocatori di una certa età può essere un problema, così come avere troppe recidive. Poi c’è la percentuale d’incidenza: se un allenatore ha a disposizione meno del 90% della rosa, stando ai report Uefa, si creano delle oggettive problematiche».

Quanto può incidere la preparazione estiva nella frequenza di infortuni in una stagione?
Ripert: «Certi discorsi mi fanno sorridere: la preparazione nel precampionato non ti porta a fine stagione, serve semplicemente a riattivare i muscoli dopo un periodo di inattività. È importante bilanciare bene i carichi, e poi mantenere la condizione quando si è raggiunta una condizione ottimale. Beninteso, la preparazione estiva è importantissima, non dev’essere traumatica come lo era vent’anni fa, ma nemmeno troppo soft. Non esiste una formula magica: ho visto gli stessi precampionati funzionare benissimo in certe annate e malissimo in altre».
Sassi: «Non esistono pubblicazioni scientifiche che inquadrino questo fenomeno. Quello che posso dire è che non basta un’ottima preparazione per considerarsi “coperti” fino a fine corsa, serve una continua attività di sostegno: dopo un lavoro equilibrato nella preseason occorrono pillole di allenamento adeguate, oltre a un’attenzione particolare alla prevenzione».
Altro tema di cui si discute molto a Brescia: i campi sui quali ci si allena hanno il potere di prevenire o amplificare la frequenza di infortuni?
Ripert: «È possibile. Un campo troppo morbido rischia di affaticare l’atleta, uno troppo duro di creargli problemi tendinei. Non a caso il professionista dei campi, che qui in Arabia chiamiamo “green manager”, è diventato una figura di grande rilievo nelle società calcistiche».
Sassi: «Prima ho parlato di multifattorialità non a caso: nelle valutazioni rientrano prevenzione, alimentazione e pure i campi, ognuno con un peso diverso. Quest’ultimo fattore lo valuterei soprattutto in relazione ai problemi tendinei, perché un terreno imperfetto non garantisce stabilità nei contrasti e nei cambi di direzione. Ha effetti meno impattanti, a mio avviso, sui problemi muscolari».

Avere tanti infortuni significa anche spremere i pochi che restano a disposizione: così si entra in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Siete d’accordo?
Ripert: «Va considerato anche questo, certamente. C’è una componente di sfortuna non trascurabile: quando ero alla Lazio a un certo punto si fecero male quasi tutti i difensori, dovevano giocare sempre gli stessi e questo ci creò grossi problemi».
Sassi: «Questo fa parte del ragionamento globale, anche se nel caso di una società di serie C si gioca spesso una volta a settimana, non c’è lo stress delle coppe al quale sono sottoposte le grandi d’Europa. Il problema è un altro: la pressione che chi gravita attorno a un calciatore esercita per accorciare i tempi di recupero e forzare il rientro. Quando si vuole rimettere in campo in fretta un atleta ci si espone a questi rischi».
A Brescia c’è stata più di una ricaduta dopo periodi di terapie.
Ripert: «In alcuni casi le recidive sono un riflesso del meccanismo imposto dal nostro sistema: il calciatore ti serve, provi a forzare il rientro e si fa male un’altra volta. È un cane che si morde la coda».
Sassi: «Esiste l’abilità di un dirigente, di un allenatore, ed esiste anche quella di un preparatore. Ma non sempre le ricadute sono frutto di valutazioni errate nella gestione di un recupero. Le faccio l’esempio del menisco: un tempo si optava quasi sempre per rimuoverlo chirurgicamente, oggi si tende a conservarlo quanto più possibile. Sono valutazioni molto specifiche».

In Inghilterra circola questa teoria: i cinque cambi hanno contribuito a innalzare l’intensità dei finali di gara, e di conseguenza la comparsa di infortuni. La ritenete credibile?
Ripert: «Io invece ribalto la prospettiva: con le cinque sostituzioni c’è la possibilità di cambiare mezza squadra, facendo riposare chi è più stanco. Anche se in astratto capisco il concetto».
Sassi: «Da addetto ai lavori constato un’altra tendenza, ovvero il decremento della prestazione nella parte finale della partita. Ciò significa che chi entra non compensa il calo fisiologico di chi resta in campo».
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