Sì, il peso della maglia. Sì, il dover dimostrare di poter essere profeta in patria. Sì, la responsabilità di rappresentare una città attraverso un progetto che riunisce e riunirà il gotha dell’imprenditoria. Ma tutto questo è niente «rispetto alle pressioni – ride – che mi mette la mamma. È la più critica, mi contesta anche i cambi...».
Aimo Diana lo sa: di «mamma Rina» che lo aspettano al varco – possibilmente più che per rimproverarlo per offrirgli un buon caffé o mettergli nel piatto una meritata cotoletta – d’ora in avanti sarà lastricato il suo percorso professionale. Nella storia di mister «D» si mescola tutto. C’è una carriera fin qui costruita in serie C a forza di gavetta che ha portato a risultati conditi da record con solo mezza stagione (a Vicenza) sbagliata. Quindi nella storia c’è, prima di tutto, il professionista. Ma come si può, in un caso del genere, scinderlo dall’uomo? Lui, nel Brescia ci è nato e cresciuto. E Brescia, nonostante la vita lo abbia portato a metter su famiglia altrove, è sempre rimasta il suo centro di gravità permanente.



