Brescia, quando giocare in casa diventa di fatto uno svantaggio

La storia calcistica è piena di episodi che hanno visto i protagonisti soffrire davanti al proprio pubblico
I tifosi del Brescia giunti sabato a Ferrara - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
I tifosi del Brescia giunti sabato a Ferrara - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

E adesso gli abbonati del Brescia sono sfiorati da un leggerissimo sospetto: forse era meglio spendere i soldi per le trasferte al seguito della squadra, visto  quante poche gioie arrivino quest’anno a Mompiano mentre fuori casa  le rondinelle volano letteralmente.  Intendiamoci, quando si è così in alto in classifica non è il caso di fare gli schizzinosi, l’importante è che i punti arrivino perché - come direbbe il grande Totò - «è la somma che fa il totale». Però senza essere plateali - o come direbbe Luca Marchegiani (Sky) «senza plateizzare» -, va sottolineato quanto sconcertante sia il cambiamento fra rendimento interno ed esterno.

Quest’anno il Rigamonti, a parte il chiassoso debutto contro un Cosenza ancora in fase di costruzione (5-1) si sta incomprensibilmente rivelando un tabù per il Brescia: raggiunto dal Crotone (da 2-0 a 2-2), fermato dal Lecce (1-1)  e sconfitto da Como (2-4), Pisa (0-1) e Monza (0-2) con le vittorie su Cremonese (1-0), e Pordenone (1-0) maturate solo nel finale dopo grandi sofferenze. Fuori, invece, un solo ko (1-0 a Perugia), un prezioso pari a Frosinone (2-2) e sette  trasferte trionfali, accompagnate sui siti da immagini di gioia, cori festosi, sciarpate su tutti i campi, da Terni (0-2) ad Alessandria (0-3), da Ascoli (2-3) a Benevento (0-1), da Vicenza (2-3) a Parma (0-1)  con l’ultimo exploit sabato a Ferrara (0-2).

Imprese ottenute ovunque e in ogni condizione,  quando le temperature erano ancora alte  e ora sui campi gelati mentre - come direbbe Peppe Di Stefano (Sky) - «i giocatori si scaldano per tenersi abbastanza caldi». A parte le letture tattiche, è come se il fattore campo fosse stato completamente annullato da quasi due anni di partite a porte chiuse. È una nuova tendenza cui bisogna abituarsi. Le grandi vittorie, fra l’altro, sono  arrivate spesso lontano da casa, il che accresce il senso della conquista (vedi il trofeo Anglo Italiano alzato a Wembley nel 1994). Per non parlare della nostra nazionale, che nel Dopoguerra ha conquistato due Mondiali in Spagna (1982) e Germania (2006) fallendo quello organizzato in casa (1990). Mentre ha visto sfumare a San Siro (0-0 con la Svezia) la qualificazione al torneo 2018 e rischia di saltare anche il prossimo dopo lo 1-1 contro la Svizzera all’Olimpico. Lo stesso stadio dove nel 1984 i tifosi della Roma  vissero la più grande delusione della loro storia con la finale di Coppa Campioni persa ai rigori col Liverpool.

Se la cosa può confortare, è un problema che sta angustiando anche i cugini bergamaschi: dopo due anni di peregrinazioni (culminate con la qualificazione ai quarti e una semifinale sfuggita solo nei minuti finali), quest’anno hanno finalmente potuto gustarsi le partite di Champions in casa nel rinnovato stadio e hanno esultato solo per l’1-0 sullo Young Boys. Poi sono arrivate la beffa col Manchester United (da 2-0 a 2-2) e la sconfitta col Villarreal (2-3), costate l’eliminazione. Ora non resta che tirare il fiato e prepararsi (speriamo ovviamente di no) al peggio, domenica si torna a giocare in casa, contro il Cittadella. A meno che i giocatori – visto che siamo sotto Natale – non si decidano finalmente  a regalare agli aficionados del Rigamonti e a una curva Nord che non si stanca mai di incitare il Brescia, il premio che meritano. Tre pesantissimi punti.

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