Baresi e il recupero del ’94: manifesto con cui educò a piangere

Restò al Milan anche in serie B, poi vinse sei scudetti e tre Coppe Campioni; giocò la finale mondiale 25 giorni dopo il crac al menisco
Fabio Tonesi

Fabio Tonesi

Giornalista

Baresi durante la gara d'addio dell'ottobre 1997 © www.giornaledibrescia.it
Baresi durante la gara d'addio dell'ottobre 1997 © www.giornaledibrescia.it

Ci piace immaginare che abbia alzato il braccio per un’ultima volta, non per chiamare il fuorigioco, ma per salutarci in silenzio, nel suo stile, con quel gesto che era innegabilmente solo suo. Suo come quel numero, il 6, che si associava esclusivamente a Baresi anche quando sulle maglie ancora non c’erano i cognomi. Quel numero che affiancato due volte diventa 66, come gli anni in cui Franchino da Travagliato - Franco per tutti - se n’è andato. Troppo presto, forse. Lasciando però un’inestimabile eredità. Non solo sportiva, ma intrisa di valori umani.

Non c’è bisogno di star qui a disquisire della grandezza di uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Di un uomo che ha legato esclusivamente la sua carriera ai colori del Milan (oltre che della Nazionale) nonostante l’onta della serie B, che ha vinto tutto quello che c’era da vincere, più volte (tranne quel Pallone d’Oro che avrebbe stra meritato). Sempre indicando la rotta.

Sguardi ed esempi

Figlio di un calcio e di una società che non ci sono più, aveva la faccia da anti divo e il piglio del leader silente. Restò tutta la vita col Diavolo (719 presenze, secondo solo a Paolo Maldini) e non aveva nemmeno il procuratore. Non gli mancavano certo le offerte, l’Avvocato avrebbe fatto carte false per tingere di bianco le righe rosse sulla sua maglia.

Franco Baresi ha vinto tre volte la Coppa dei Campioni con il Milan - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Franco Baresi ha vinto tre volte la Coppa dei Campioni con il Milan - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ma San Siro era il buon rifugio del «Piscinin», la casa che lo accolse dopo aver lasciato la campagna. Tutti ricordano Baresi come leggendario difensore per i suoi recuperi figli soprattutto di un acume tattico sopra la norma. In realtà fu precursore dei tempi perché era un centrocampista aggiunto, innatamente portato alle sgroppate e alla costruzione quando ai liberi era chiesto solamente di alzare una maginot e spazzare.

Simbolo

Il manifesto della sua carriera, però, rimane il Mondiale di Usa 1994. Aveva già 34 anni, si ruppe il menisco al 49’ del secondo match contro la Norvegia il 23 giugno, si fece operare e rientrò in tempo per la finale con il Brasile del 17 luglio.

Un Mondiale l’aveva già vinto, nel 1982, pur senza scendere in campo con l’Italia di Bearzot in Spagna. Per questo fece quella rincorsa folle di 25 giorni, perché voleva un Mondiale da sentire proprio. Giocò una delle migliori partite di sempre, praticamente senza allenamento, resistendo 120 minuti nell’afa infernale di Pasadena.

Avrebbe potuto fare come certi «giocatorini» d’oggi - grandi doti tecniche e atletiche, bassa statura morale - e andare dal ct Arrigo Sacchi a dire che non se la sentiva di andare sul dischetto con le gambe stritolate dall’acido lattico. Invece da vero capitano tirò per primo e sparò alto, accasciandosi a terra.

L'inconsolabile pianto di Franco Baresi dopo la finale persa a Usa '94 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'inconsolabile pianto di Franco Baresi dopo la finale persa a Usa '94 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Quando il Brasile vinse scoppiò in un pianto a dirotto, simile a quello di un bambino a cui avevano tolto il gioco più amato. In quel pianto c’era tutto: la gioventù difficile per la prematura perdita dei genitori; quando rischiò di non camminare più a 21 anni per un’infezione alle gambe; le cadute in B; nulla che potesse essere cancellato dai successivi e innumerevoli trionfi con il club.

Insegnamento

E anche lì ci insegnò qualcosa, perché se anche gli eroi invincibili potevano piangere, allora anche noi potevamo lasciarci andare alle emozioni. Baresi le sdoganò sul campo, quando non arrivò il lieto fine, nonostante uno straordinario esempio di resilienza.

Del resto Baresi era così, che ci fosse o non ci fosse. Due mesi prima di quella delusione, vinse col Milan la terza Coppa Campioni, ma non giocò la finale col Barcellona perché squalificato insieme a Costacurta. Il tecnico catalano Cruijff, tracotante di superbia, pensò che senza il Capitano il Milan sarebbe affondato e lui ne avrebbe fatto un sol boccone. Perse 4-0. Non aveva fatto i conti con l’eredità e i consigli lasciati da Franco Baresi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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