Quello del giornalista che non tifa per nessuna squadra è un falso mito. Siamo tutti tifosi – per chi crede nel dio del pallone – e io divento milanista anche per Franco Baresi. Per quel numero sei che rappresentava contemporaneamente la regola e l’antiregola. Un uomo, una sentenza quando alzava la mano per chiamare il fuorigioco – altro che Var! – e guidare la linea difensiva. Ma anche la maglia fuori dai pantaloncini in un’epoca in cui non si poteva. Tutti dovevano tenerla dentro. Tutti, tranne lui.
Per i milanisti della mia generazione che hanno iniziato a maturare la capacità di intendere e volere attorno al 1989, Franco Baresi era uno di quei nomi da sventolare in faccia ai compagni di classe interisti e juventini, costretti a guardare il Milan vincere. Vincere e vincere ancora. Come nessuno club in Italia – in così poco tempo – ha mai fatto e mai riuscirà a fare. Gullit e Van Basten, Savicevic e Papin, Ancelotti e Albertini, Maldini e Tassotti, Baggio e Weah, ma la sicurezza era quel signore con la fascia da capitano e la maglia numero 6, ritirata per sempre – per volere di Silvio Berlusconi – quando il Capitano ha detto basta nel 1997, dopo un umiliante 1-6 in casa con la Juve che non meritava di vivere.
Eri tifoso di Baresi perché sapevi che non avrebbe mai tradito, non sarebbe mai andato in un’altra squadra, non avrebbe vestito colori diversi da quelli della sponda giusta di Milano. «Peccato», mi ha scritto alla notizia della morte uno degli amici che condivide quella maledetta passione per il calcio e il Milan. Sì, peccato davvero perché alcune figure della nostra vita – a partire dai genitori ovviamente – non dovrebbero mai morire. Non è giusto.

Baresi era nel mia top five – esclusi i parenti ne è rimasto uno – di chi avrei voluto immortale. Anche se per un calciofilo, già quando un giocatore diventa un ex, smette un po’ di vivere. L’ immagine di Franco Baresi che alza coppe e sventola le bandiere con lo scudetto hanno accompagnato la gioventù di molti di noi. Così come nessuno ci toglie dalla testa le sue lacrime dopo la finale di Usa ’94 con l’Italia, la prima tremenda mazzata sportiva per un bambino di metà anni ’80. Baresi era il simbolo del Milan degli Invincibili ed è stato vinto dalla malattia in pochissimo tempo. Una beffa.




