Crisi del calcio, i settori giovanili: «Formazione, idee, regole e tempo»
Ripartenza e speranza fanno sempre rima con futuro. E il futuro non può che essere giovane. E allora il calcio italiano estromesso per tre volte di fila dai Mondiali deve ripartire dai settori giovanili, sia professionistici che dilettantistici? Se n’è parlato, quale nucleo centrale, nel convegno organizzato dal Giornale di Brescia in Sala Libretti: moderati dal caporedattore dello sport Gianluca Magro, hanno discusso – a volte anche vivacemente e sviscerando il tema a 360° – Mattia Collauto, da pochi giorni alla guida del settore giovanile dell’Union Brescia, Eugenio Bianchini della Fc Voluntas, Giorgio Gaggiotti per la Mario Rigamonti, Agostino Esposito e Marco Zambelli per la Voluntas Brescia e Alberto Locatelli per la Vighenzi, di fatto il picco provinciale a livello Pro e club che da anni investono proprio sul settore giovanile e scuole calcio.
Opinioni
«Se le Nazionali giovanili azzurre arrivano ai massimi livelli fino all’Under 19 e poi lì si ferma tutto – ha esordito Gaggiotti –significa che il problema non è dal basso ma c’è un tappo dall’alto, con regolamenti permissivi o raggirati. Nelle Under 23 abbiamo gente di 30 anni, che senso ha?».
E se Collauto ha sposato la tesi per cui «accanto a una figura a capo della Federazione che possa arrivare dal mondo del calcio giocato è giusto mettere chi sappia muoversi anche a livello politico», c’è chi come Locatelli, Bianchini e Zambelli ha rimarcato come «le persone portano progetti e idee, ma per attuare questi concetti serve poi tempo. Possiamo vedere questa debacle continua del calcio italiano come un’opportunità ma serve agire ora». Locatelli ha insistito in particolare sul concetto di formazione. «Perché abbiamo così pochi corsi per diventare responsabili di settore giovanile?».
Il punto
Su questo tema si è speso Zambelli, spiegando come «anche l’allenatore più preparato tecnicamente e tatticamente, deve aggiungere un tassello, ossia la trasmissione delle sue idee e del Dna della società». Da Agostino Esposito un discorso più tecnico. «Vedo sempre più bambini e ragazzi che si allenano solo al campo, nelle due ore previste dal calendario: una volta si giocava tutti i giorni. Non esiste che nella Scuola Calcio si parli di difesa a tre. Noi stiamo insistendo per insegnare a fare il colpo di testa e controllo e trasmissione della palla: sono le basi, che possono fare arrivare i ragazzi già formati anche nel mondo Pro per il salto di qualità».
A tal proposito il dibattito si è acceso. «Io sono dell’idea che un giovane bravo – ha detto Esposito – debba essere accompagnato nel mondo pro, piuttosto che in una categoria Élite regionale: certo, va seguito, anche quando esce dal mio club e va indicato se può essere un talento tardivo, che va aspettato. Io chiedo la garanzia che resti almeno fino ai 14 anni». «Il tempo non c’è, perché nessuno aspetta – ha però ribattuto Bianchini –. Nell’ultimo torneo che abbiamo organizzato, con squadre di 2017, il 70% dei ragazzi erano nati nei primi quattro mesi dell’anno, perché si puntava sulla fisicità».
«Se metti a un bambino di 6 anni la maglia della Juve o del Brescia e poi gliela togli – ha detto Gaggiotti – crei false aspettative a lui e ai genitori». Da qui una duplice richiesta: che le squadre pro non abbiano Pulcini ed Esordienti, anche per non svuotare le altre società di riferimento giovanile, e che si riveda il sistema di retrocessioni, previsto per i dilettanti ma non tra i Pro fino alla Primavera. «Se retrocedo – ha detto Bianchini – creo uno choc per il ragazzo e rischio di dover spingere l’allenatore a puntare solo al risultato».
Critiche sono piovute sulla riforma del lavoratore sportivo, che annulla i premi per chi produce talenti, mentre per i genitori è stato rimarcato il compito di occuparsi solo della parte educativa e non tecnica («Io ho seguito solo una gara dei miei tre figli e ancora oggi me lo rinfacciano» ha rivelato Esposito, padre di Sebastiano, Salvatore e Pio). Da Collauto una sorta di summa: «Il settore giovanile va visto come un investimento, non come un costo».
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