Bovo: «800 partite in panchina con Brescia, sono grato e orgoglioso»

Il tecnico taglierà il prestigiso traguardo alla prima partita del girone preliminare di Champions League dell’An: «Qui per me è come essere a casa»
Fabrizio Vertua
Il presidente Malchiodi, coach Bovo e l'indimenticato Borelli - © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Malchiodi, coach Bovo e l'indimenticato Borelli - © www.giornaledibrescia.it

In quella che sarà la sua ventesima stagione alla guida della squadra cittadina, il tecnico Alessandro Bovo taglierà il traguardo delle 800 panchine con i colori biancazzurri. Accadrà alla prima partita del girone preliminare di Champions League: Sabadell, Budva o A-polo, non importa chi sarà l’avversario, la prima sfida decreterà questo prestigioso traguardo. Una carriera spesa interamente nella nostra città, prima nella Brixia (3 anni e mezzo) e poi, dal 2011, nell’An Brescia. Oggi, in qualsiasi sport italiano, ai massimi livelli, Bovo è l’allenatore più longevo alla guida della medesima squadra. Sono state dunque 799 partite a bordo vasca: talmente tante che lo stesso Bovo aveva perso il conto.

Bovo, 800 panchine a settembre, ci aveva mai pensato?

«Sapevo che erano numerose, ma non ho mai tenuto il conto. Indubbiamente sono molto orgoglioso, non è da tutti arrivare a questo traguardo, l’averlo fatto con la stessa società è un record. Davanti a me, credo ci sia solamente uno dei miei maestri, Claudio Mistrangelo (36 anni alla guida del Savona n.d.r), ma dovremmo conteggiare le partite, che in passato erano molte meno di oggi. Tutto nasce dal poter lavorare in condizioni ottimali e in un ambiente sereno».

Delle attuali 799 partite, 580 vittore, 33 pareggi e 158 sconfitte. Un buon bilancio?

«Direi una media decisamente buona, considerando che in questi anni ci sono state sconfitte dolorose e vittorie straordinarie: un bilancio positivo».

C’è un pre-An Brescia e poi l’An Brescia, due vite decisamente diverse in panchina e delle percentuali di successo che migliorano ulteriormente dalla prima alla seconda. Come le ha vissute?

«I primi tre anni di contratto li abbiamo vissuti fra mille difficoltà, in situazioni economiche incerte. Ero pronto a concludere la mia esperienza città, avevo già trovato un accordo con il Camogli, che allora era la squadra satellite del Recco. Avrei dovuto firmare di giovedì, ma il martedì avvenne il cambio di società con i fratelli Bonometti a sostenere il presidente Malchiodi. Mi chiesero di restare, io chiesi garanzie per me e la squadra, anche per recuperare alcune mensilità mai corrisposte. Tutto sotto la regia di Borelli. A ben vedere non avrei potuto fare una scelta migliore».

Qual è la partita più importante che pensa di avere vinto? E la partita che le brucia di più aver perso?

«La vittoria a cui sono più legato è la conquista della Coppa Italia, nel 2012: fu il primo successo da allenatore, con l’ingresso della nuova società, con Piero Borelli che piangeva in vasca insieme a me ai giocatori. Noi ci presentavamo con Marco Del Lungo al primo anno, Daniele Giorgi e Alessandro Nora appena arrivati, un campione come Christian Presciutti e un tris d’assi come Calcaterra, Mammarella e Binchi. Di fronte il Recco che era la nazionale appena laureatasi Campione del Mondo a Shangai. La sconfitta più bruciante è stata la semifinale di Champions League, persa a 5’’ dalla fine per mano di Bicari. Arrivammo a quell’appuntamento dopo aver vinto lo scudetto con uno squadrone sulla carta, ma con Di Somma in tribuna per l’infortunio alla mano e con Presciutti, Jokovic e Vlachopoulos con le costole rotte o incrinate. Se avessimo avuto tutti i giocatori in salute, ci saremmo giocati la Champions».

Ha trascorso a Brescia 19 stagioni. Quali sono le persone che hanno significato maggiormente in questi quasi 20 anni?

«Non posso che partire da Marco e Franco Bonometti, grazie al loro impegno manteniamo un livello fra le prime dieci squadre d’Europa. Insieme a loro metto il presidente Andrea Malchiodi, che con sacrificio e impegno, conduce la macchina An. Piero Borelli: inimitabile, per la sua capacità di creare un ambiente bello, per farci sentire importanti. La pallanuoto a Brescia è e rimane lui e quello che si raccoglie in questi anni è il frutto di quanto lui ha seminato. Un giocatore su tutti, Christian Presciutti, con il quale ho condiviso mille battaglie. Di lui ho sempre ammirato lo spirito, è stato un capitano esemplare ed è stato fondamentale averlo«.

Dopo i primi tre anni con l’An Brescia una «fuitina» di 10 giorni nell’estate del 2014 a Recco. Poi un contratto decennale, rinnovatole l’anno scorso per altri 5 anni. Dove si trovano gli stimoli per rimanere tanto tempo in un ambiente e credi che poi di possa proseguire questo rapporto?

«Per me Brescia è casa, ma soprattutto è dove sono felice quando vado in piscina, per quanto riguarda club per me è il massimo, non chiedo altro. Ogni anno gli stimoli li trovo nel ripartire da zero: è sempre una sfida diversa. E poi c’è l’aspetto dello sviluppo e della crescita dei giocatori, dalle loro performance vengono i risultati. Un lavoro quotidiano. Abbiamo portato tanti giocatori nei club più prestigiosi d’Europa e in Nazionale. È la passione di fare una cosa che ti piace, che non ti pesa assolutamente. Quest’anno avremo una squadra ancora più giovane, con giocatori che hanno obiettivi precisi, energia nuova e tanto entusiasmo. Hanno dei sogni, come la partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles; per alcuni è un obiettivo vicino, per altri meno, ma ho una squadra di persone cariche».

La situazione dello sport a Brescia vede quasi solo l’An Brescia giocare ai massimi livelli, in una provincia dalle grandi potenzialità. Come se lo spiega?

«Se guardiamo al basket, credo che si tratti di una parentesi temporanea: tornerà dove deve stare con questa nuova società. Brescia è una città multisportiva molto ricca, se la paragono alla mia Genova dove abbiamo solo calcio e pallanuoto, qui c’è tutto: volley, basket, rugby, ginnastica, atletica, il calcio sta risorgendo. E poi Brescia è molto più avanti anche per la presenza di impianti: pensiamo alle nostre 3 piscine, funzionanti; andate a vedere in Lombardia quante città hanno problemi. E poi anche i nuovi palazzetti per atletica e ginnastica, la città è attrezzata per far crescere qualsiasi sport».

In ambito extra-pallanuotistico, è legato da un’amicizia ultratrentennale con Manuel Estiarte, asso della pallanuoto spagnola e poi braccio destro di Pep Guardiola. Ha mai incontrato Pep? Come lo avrebbe visto alla guida della Nazionale?

«Manuel mi ha invitato al centro sportivo del Manchester City, ma con Pep ho scambiato solo qualche parola. Se parliamo di calcio ritenevo improbabile vederlo in azzurro. Lui è un fenomeno, ma alla fine è la qualità dei giocatori a contare, purtroppo non ci sono più giocatori di qualità che fra l’82 e il 2006 ci hanno fatto godere, il nostro calcio è in palese difficoltà. Ma è l’unica eccezione. Invito a guardare ai grandi passi avanti che sta facendo lo sport italiano: la pioggia di medaglie agli Europei di nuoto e tuffi, ma anche di atletica sono dei segnali forti, così come nel tennis. In questo agosto ho goduto a vedere questi sport: mi auguro che la pallanuoto torni a vincere Olimpiadi e Europei, che mancano da troppo tempo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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