Salute e benessere

La velocità del passo in età avanzata: il caso dei «super camminatori»

Uno studio su 4.000 ultraottantenni ha rivelato una correlazione tra deambulazione rapida e minor rischio di deterioramento cognitivo
Renzo Rozzini
Anziani durante una passeggiata
Anziani durante una passeggiata

In età avanzata la velocità con cui si cammina può dire molto su come stanno invecchiando il corpo e il cervello. Il rallentamento del passo è infatti una delle caratteristiche più comuni dell’invecchiamento ed è anche uno dei cinque criteri utilizzati per riconoscere una condizione di fragilità, insieme alla perdita involontaria di peso, alla riduzione della forza muscolare, all’affaticamento e alla diminuzione dell’attività fisica. Non tutti, però, diventano lenti con il passare degli anni. Alcune persone continuano a camminare con una velocità simile a quella di individui parecchi decenni più giovani: sono i cosiddetti «super camminatori». In queste persone, alla maggiore velocità del passo sembra associarsi anche un invecchiamento cognitivo più favorevole.

Uno studio recente ha seguito quasi 4.000 persone di almeno ottant’anni, inizialmente senza deterioramento cognitivo. I ricercatori hanno misurato la loro normale velocità del cammino e l’hanno confrontata con l’andamento, negli anni successivi, della memoria e delle altre capacità cognitive. Per alcuni partecipanti erano disponibili anche immagini del cervello (TC e risonanza magnetica) e, dopo la morte, dati ottenuti dall’esame microscopico del tessuto nervoso.

Una piccola percentuale degli anziani studiati camminava molto più velocemente rispetto ai propri coetanei; in alcuni gruppi la velocità arrivava quasi a 4,5-5 chilometri all’ora. Durante un periodo di osservazione di circa tre-cinque anni, i «super camminatori» hanno mostrato una probabilità di sviluppare un deterioramento cognitivo inferiore di circa il 50% rispetto a chi camminava più lentamente. Anche le immagini cerebrali mostravano alcune differenze; nei camminatori più veloci l’ippocampo, una delle strutture del cervello particolarmente vulnerabili nella malattia di Alzheimer, risultava meglio conservato.

Il risultato forse più sorprendente viene però dall’esame dei cervelli dopo la morte. Nei «super camminatori» erano presenti alterazioni tipiche delle demenze in quantità simile a quella osservata negli anziani che camminavano più lentamente; tuttavia, durante la vita, queste alterazioni avevano avuto conseguenze minori sulla memoria e sulle altre capacità cognitive. In altre parole, due persone possono avere nel cervello una quantità simile di alterazioni patologiche, ma manifestare disturbi molto diversi. Alcuni cervelli sembrano riuscire a tollerare meglio il danno e a mantenere più a lungo memoria, capacità cognitive e autonomia.

Questi risultati non significano che basti camminare più velocemente per evitare la demenza. È possibile infatti che sia una migliore salute del cervello a permettere di camminare rapidamente e non necessariamente il contrario. È anche possibile che sia la velocità del passo sia la migliore conservazione cognitiva dipendano da un invecchiamento complessivamente più favorevole. I «super camminatori» avevano mediamente meno malattie croniche e abitudini di vita più favorevoli.

Camminare è un’attività molto più complessa di quanto sembri: richiede muscoli efficienti, articolazioni funzionanti, equilibrio, vista, una buona funzione cardiovascolare, attenzione e coordinazione. Il cervello deve ricevere e integrare continuamente informazioni provenienti da sistemi diversi. La velocità del cammino può quindi essere considerata una misura semplice del funzionamento complessivo dell’organismo. Per questo un rallentamento nuovo o progressivo del passo merita sempre attenzione: può riflettere cambiamenti dello stato generale di salute e non soltanto problemi delle gambe.

In età avanzata, dunque, camminare non è soltanto una questione di muscoli e articolazioni. La velocità del passo sembra riassumere informazioni sul funzionamento di molti sistemi dell’organismo, compreso il cervello. Non sappiamo quanto un passo veloce contribuisca a mantenere più efficiente il cervello e quanto, al contrario, sia un cervello meglio conservato a consentire di camminare velocemente. Ma proprio per questo una misura tanto semplice può diventare un indicatore prezioso del modo in cui una persona sta invecchiando.

Renzo Rozzini, Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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