Dalla poesia alla prosa, dalla filosfia alla religione, passando per l’arte, il cinema e la musica. La parola «amore» da sempre è fonte di ispirazione. Passionale, travolgente e distruttivo, doloroso, romantico, familiare e divino. Poi c’è la psicologia – in generale le principali scienze umane e sociali come la sociologia e l’antropologia – che a quella parola prova a dare un significato, indagando sulle relazioni tra persone o gruppi di individui.
Ma nell’era dei social media basta una smorfia – nel caso specifico quella della psicoterapeuta e divulgatrice Stefania Andreoli al programma Agorà – come risposta a una semplice domanda «Cosa ne pensi dei genitori che dicono “ti amo” ai propri figli?», che parte la polemica. Per la professionista il «ti amo» apparterrebbe alla sfera della coppia e dell’intimità. La platea si spacca, c’è chi si sente in qualche modo offeso e chi ricorda che ai suoi tempi era già tanto un «ti voglio bene». Un clamore che ha coinvolto anche altri psicologi, ben noti nei salotti televisivi.
Ma dunque, si può dire ti amo ai propri figli? Lo abbiamo chiesto allo psicologo, psicoterapeuta e sessuologo di Brescia, Alessandro Zordan, che da oltre 30 anni lavora con persone che attraversano momenti difficili, tra cui anche coppie con figli, integrando diversi approcci: la psicoterapia della Gestalt, centrata sull’esperienza e sulla relazione, e tecniche più pratiche e strategiche dell’orientamento cognitivo-comportamentale.
Zordan, innanzitutto cosa ne pensa di questa polemica?
Potrebbe essere anche una polemica giustificata, ma riguarda sempre un po’ di confusione sulla linguistica e soprattutto sul contesto. Perché se guardiamo al significato della parola, «amore» vuol dire prendersi cura incondizionatamente dell’altro. Se parliamo del divino, allora il significato è prendersi cura senza una progettualità, solo perché una persona esiste. Nella realtà, invece, bisogna metterla in atto ed è qui che iniziano a esserci delle confusioni.
Ci spieghi meglio questo passaggio.
La nostra lingua (a differenza del greco antico ad esempio, che suddivideva questo sentimento in diverse sfumature distinte, ndr) è davvero povera di parole di espressione emotiva. Per la verità ce ne sono altre ancora più povere, che usano il «ti amo» anche verso il panino con l’hamburger. Quindi quando la si mette in atto e diventa una manifestazione si dice «ti amo», che è un’espressione collegata a fare l’amore, alla sfera romantica e alla sessualità. Ma nessuno mai direbbe «facciamo l’amore» al proprio figlio. Sono parole di confine, che riguardano proprio il contesto familiare, sociale ed educativo.

In che senso?
Ad esempio, ci sono delle famiglie che mostrano la nudità come se nulla fosse, per altre, invece, questo atteggiamento è un peccato edipico. In questo senso è a discrezione della cultura in cui nasce e cresce il figlio, ed è giusto così perché il bambino deve appartenere a quell’ambiente e seguire certe indicazioni. Poi, quando sarà più grande, senza pericolo, sarà libero di ricostruirsi il suo linguaggio e i suoi significati. Anche la parola «ti voglio bene» perde completamente di significato, se la traduciamo in maniera letterale, perché vuol dire «ti auguro del bene». Ma non è forte e profondo come lo intendiamo.
Dunque non c’è nulla di male nel dire «ti amo» al proprio figlio?
Non c’è nulla di male se c’è un’educazione a comprendere cosa significa quella parola in quel contesto. Dipende come viene utilizzata e le modalità, perché una parola potrebbe cambiare significato anche dal modo in cui viene detta. Comunque, in linea generale, va benissimo dire «ti amo» quando si ha voglia di dirlo.
Zordan, su questo tema inoltre non esiste una chiara letteratura scientifica, giusto?
Esatto, anche perché la letteratura scientifica parte comunque da costrutti che vanno studiati ed esaminati, ci vuole una testistica e soprattutto un numero sufficiente di persone. E quando una persona dà attenzione a una parola o a un linguaggio senza dietro un background di ricerca, allora diventa un’interpretazione personale. Interpretazione che può funzionare in alcuni contesti e in altri un po’ meno.

Un esempio?
Prendiamo la nostra tradizione. In passato era già difficile dirsi «ti voglio bene», figuriamoci dire «ti amo» al proprio figlio. E potremmo parlare anche dei baci sulla bocca ai figli.
Anche questo è un argomento che divide.
Ci sono culture in cui due uomini, due politici, si baciano sulla bocca per salutarsi. Lo stesso vale per le nostre famiglie. I problemi possono insorgere se un bambino è stato abituato a baciare la mamma o il papà sulla bocca e quando va a scuola inizia a ripetere questo gesto verso i compagni di classe. Problema che viene risolto se viene spiegato il contesto, perché il bacio sulla bocca non ha solo un significato erotico. Ma gli esempi educativi sono innumerevoli. Per concludere, sarebbe un po’ ingenuo che un atto abbia lo stesso significato per ogni cultura, per ogni tradizione.




