Il tumore della prostata rappresenta oggi la neoplasia più frequente nella popolazione maschile italiana. Un tema che riguarda migliaia di uomini ogni anno e che richiede una maggiore attenzione alla prevenzione e ai controlli periodici. Ne abbiamo parlato con il dottor Angelo Peroni, responsabile dell’Unità Operativa di Urologia di Fondazione Poliambulanza, ospite a Obiettivo Salute.
Dottor Peroni, quanto è diffuso oggi il tumore della prostata in Italia?
«Il tumore della prostata è il primo tumore nella popolazione maschile italiana e rappresenta circa il 19% di tutte le neoplasie negli uomini. Ogni anno vengono stimate oltre 40 mila nuove diagnosi e attualmente in Italia sono più di 500 mila le persone che convivono con questa patologia. Nel corso della vita circa un uomo su otto ha la probabilità di sviluppare un tumore della prostata. Sono numeri importanti che ci fanno capire quanto sia necessario aumentare la consapevolezza e promuovere una cultura della prevenzione».
Un dato positivo riguarda la riduzione di mortalità…
«È vero, assistiamo a un aumento delle diagnosi, ma contemporaneamente registriamo una riduzione della mortalità. Questo è dovuto principalmente al fatto che oggi riusciamo a individuare la malattia in una fase più precoce, quando le possibilità di cura sono maggiori. La diagnosi anticipata permette di intervenire con trattamenti più efficaci e personalizzati».

Perché il numero delle diagnosi continua ad aumentare?
«Il principale motivo è l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media porta inevitabilmente a una maggiore probabilità di sviluppare patologie legate all’età, tra cui il tumore della prostata. Inoltre, oggi abbiamo strumenti diagnostici più efficaci e una maggiore attenzione ai controlli».
Spesso si pensa che il tumore della prostata riguardi solo uomini molto anziani. È davvero così?
«Il tumore della prostata è certamente correlato all’età, che rappresenta uno dei principali fattori di rischio. Prima dei 40 anni la probabilità di una diagnosi è molto bassa, mentre aumenta sensibilmente dopo i 50 e soprattutto dopo i 60 anni, è vero che circa due tumori su tre vengono diagnosticati dopo i 60 anni, ma non dobbiamo pensare che sia una malattia esclusivamente degli anziani. Esistono anche casi in uomini più giovani, soprattutto quando sono presenti particolari fattori di rischio».
Quali sono questi fattori di rischio, c’entra la genetica?
«Uno dei più importanti è la familiarità, un uomo che ha un parente consanguineo, come padre o fratello, colpito da tumore della prostata, soprattutto se la diagnosi è avvenuta prima dei 60 anni, presenta un rischio circa doppio rispetto alla popolazione generale. Se i familiari coinvolti sono più di uno, il rischio aumenta ulteriormente, in questi casi è importante iniziare i controlli in modo personalizzato e anticipato».
Prima di parlare di diagnosi e cure, facciamo chiarezza: cos’è la prostata e dove si trova?
«La prostata è un organo dell’apparato genitale maschile. Non appartiene all’apparato urinario, anche se spesso viene associata ai problemi della minzione perché si trova in una posizione particolare, è situata sotto la vescica e al suo interno passa l’uretra, il canale che trasporta l’urina dalla vescica verso l’esterno. La prostata ha il compito principale di contribuire alla produzione del liquido seminale, ma proprio la sua vicinanza alle vie urinarie fa sì che un aumento di volume, un’infiammazione o un tumore possano influenzare la funzione urinaria».
In che modo la chirurgia robotica ha cambiato il trattamento del tumore della prostata?
«Il trattamento chirurgico del tumore della prostata è cambiato moltissimo negli ultimi anni, siamo passati dalla chirurgia tradizionale a cielo aperto, che prevedeva un’incisione sull’addome, alla laparoscopia e successivamente alla chirurgia robotica, che rappresenta oggi la forma più avanzata di chirurgia mininvasiva. Il grande vantaggio è dato dalla precisione: il chirurgo dispone di una visione magnificata fino a dieci volte e di strumenti estremamente sofisticati che consentono movimenti molto accurati. Questo permette di eseguire interventi più anatomici, con l’obiettivo non solo di ottenere un buon risultato oncologico, ma anche di preservare il più possibile le funzioni del paziente, in particolare la continenza urinaria e la funzione sessuale. Oggi la prostatectomia radicale viene eseguita nella maggior parte dei casi con tecnica robotica ed è considerata la chirurgia mininvasiva di riferimento per il tumore della prostata».
Quindi la paura dei pazienti rispetto alle conseguenze dell’intervento è cambiata?
«Sicuramente oggi abbiamo strumenti e tecniche che ci permettono di affrontare l’intervento con una maggiore attenzione alla qualità di vita del paziente. Naturalmente ogni caso deve essere valutato singolarmente, perché dipende dalle caratteristiche del tumore e dalle condizioni generali della persona, ma l’obiettivo della chirurgia moderna non è soltanto curare la malattia, ma farlo preservando il più possibile il benessere e le funzioni del paziente».
Qual è il messaggio più importante che vuole lasciare agli uomini?
«Il messaggio fondamentale è non aspettare la comparsa dei sintomi, il tumore della prostata nelle fasi iniziali può essere silenzioso e proprio per questo i controlli periodici sono fondamentali. La prevenzione e la diagnosi precoce ci permettono oggi di offrire ai pazienti cure sempre più efficaci e con una migliore qualità di vita».



