Di questi tempi la parola «protesta» corre in ogni cronaca, anzi esplode, infiamma e spaventa. Perché la stiamo coniugando con il malessere comune e in particolare con quello giovanile che ci appare violento da reprimere. Non c’è dubbio che il vandalismo e la violenza siano sempre da condannare ma la protesta non ha una valenza solo negativa: è una forma di comunicazione del disagio e nello stesso tempo la manifestazione della lotta e della ribellione a una condizione, condivisa con altri, da cui si vuole uscire.
Protesta e ribellione vanno insieme, si accompagnano e urlano a gran voce. Non si può protestare in silenzio e entrambe sono una risposta non solo sociale e politica ma psicologica, individuale e collettiva a uno star male comune che non è più rinviabile. E allora protestare può servire e può far bene.
Gli studi di psicologia sociale ci dicono da tempo che l’aderire a manifestazioni di protesta ci fa percepire il valore dell’alleanza relazionale e ri-attiva la connessione emotiva con gli altri che riduce il senso di solitudine e l’isolamento. Il problema è il saper gestire il potenziale di violenza che nei giovani è determinato dall’impulsività. Con la protesta si manifesta un sentimento represso col quale, scriveva Freud ne «Il disagio della civiltà» (1929) si narra di pulsioni profonde personali o collettive che, quando affiorano, possono diventare devastanti. Hanno a che fare col conflitto tra il desiderio di felicità del singolo e le limitazioni della società, tra il bisogno di sicurezza e la necessità di autonomia. Tra il principio del piacere e quello di realtà.
Protestare non è un capriccio infantile o un gesto immotivato del branco che devasta per contagio o emulazione. È un grido di sofferenza che chiede di essere ascoltata, una comunicazione non-verbale connessa con la rabbia, un’emozione primaria originata da una possibile assenza di cure o dalla minaccia non godere dello sguardo di chi ti ama. Le teorie dell’attaccamento lo precisano bene: le urla del bambino che piange e strepita sono date dall’assenza dell’adulto incapace di sostenere ovvero dalla trascuratezza del genitore che non gli offre una base sicura di appoggio.
La perdita di fiducia e speranza, pertanto, viaggia con la delusione per quel non sentirsi amato, protetto, riconosciuto. Proviamo a chiederci se possa così letta pure la furia giovanile in piazza. Chiediamoci se i gesti distruttivi e violenti - da condannare - non vadano letti come dichiarazioni di allarme e di sofferenza che, senza coscienza, dicono: «Non sono al sicuro, mi sento minacciato, ho bisogno della tua attenzione». Domandiamoci se davvero queste proteste abbiano bisogno solo di punizioni.




