Le proteste studentesche e le violenze che le accompagnano interrogano una politica che fatica a comprendere ciò che accade. Nelle piazze convivono motivazioni differenti: la protesta contro prospettive di vita insoddisfacenti, la ricerca di appartenenza, l’imitazione di gesti e linguaggi che offrono un’identità. Si partecipa per esserci e poterlo raccontare. In alcuni gruppi affiora un’estetica dell’azione che si potrebbe definire dannunziana: il gesto spettacolare diventa una prova di esistenza, l’immagine conta più dei risultati. Sono osservazioni, non diagnosi generazionali.
Bisogna però ricordare che accertare le responsabilità delle violenze ci impone di distinguerle dalle ragioni della protesta. Quando la prevenzione della violenza colpisce anche il dissenso, è la cultura liberale ad uscirne sconfitta. Sarebbe ingenuo ignorare gli interessi politici che possono alimentarsi della tensione: i partiti d’ordine ricavano consenso dalla paura, mentre altri ottengono visibilità nella radicalizzazione.
Ma beneficiare di un evento non dimostra di averlo organizzato. Il complottismo in fondo elude la domanda decisiva: perché una parte dei giovani trova nel disordine un riconoscimento che la vita ordinaria e la politica non sembrano offrire? Quando manca una prospettiva di cambiamento, interrompere una mortificante quotidianità, può diventare un sollievo se non una forma per esercitare un potere che, normalmente, è sempre altrove. Se la politica rinuncia a trasformare l’energia sociale del disagio in domande, organizzazione e progetti, lascia che la protesta consumi se stessa e la paura diventi risorsa di governo.
Chiedere ordine è comprensibile, ma nel momento in cui lo si pretende, bisogna anche domandarsi quale ordine sperimenta chi incontra affitti inaccessibili, lavoro precario, servizi insufficienti e opportunità diseguali? Il disagio non spiega da solo le violenze, né ogni manifestante vive le stesse privazioni. Ma la sfiducia nel futuro cresce quando i bisogni del presente non trovano risposta. Casa, salute, scuola, salario tornano al centro della scena anche perché misurano l’effettiva consistenza della cittadinanza. Una visita medica rimandata per mesi, un affitto che assorbe metà stipendio, un carrello della spesa sempre più vuoto fanno percepire i diritti come promesse senza seguito.

Se il voto sembra incapace di cambiare queste condizioni, la rappresentanza perde credibilità. Si apre così uno spazio per chi promette decisioni rapide, presenta il Parlamento come un ostacolo e invoca più potere per l’esecutivo. Ma da dove viene il disagio? Per i “realisti” la risposta è semplice: sono finiti i soldi, dopo anni di vacche grasse e sprechi. Ma è così? Secondo UBS, nel 2025 il patrimonio personale nei mercati analizzati è cresciuto del 10,8% in dollari correnti, una ascesa che rende difficile raccontare la scarsità come una condizione epocale.
Il World Inequality Report 2026 mostra dove si concentra l’abbondanza: il 10% più ricco possiede il 75% della ricchezza mondiale, mentre alla metà più povera spetta il 2%. I patrimoni privati non sono automaticamente risorse pubbliche. Trasformarne una parte in sicurezza comune richiede scelte fiscali e capacità amministrativa. È questo il terreno della politica. Presentare l’arretramento dei servizi e del welfare come un esito naturale evita di spostare l’attenzione su chi contribuisce, quanto e a vantaggio di chi. Un rapporto Oxfam del 2024, su 164 paesi e territori, rileva che rispetto al 2022, l’84% ha ridotto la quota di spesa pubblica destinata ad almeno un settore fra istruzione, sanità e protezione sociale. Non significa che ovunque siano diminuiti gli stanziamenti assoluti: indica però un arretramento nelle priorità di bilancio.
In Italia, secondo l’Istat, nel 2024 hanno rinunciato a visite o accertamenti necessari 5,8 milioni di persone, contro 4,5 milioni nel 2023 . «Guasto è il mondo, preda di mali che si susseguono, dove la ricchezza si accumula e gli uomini vanno in rovina», scriveva Oliver Goldsmith nel 1770. Lo storico Tony Judt riprese quei versi denunciando la convivenza fra opulenza privata e squallore pubblico. Il welfare indebolito ci espone a numerosi rischi, generando una domanda di protezione che può essere facilmente convertita dal nazionalismo in richiesta di appartenenza: un nemico cui attribuire le difficoltà, un capo che promette il riscatto.
La rabbia può così alimentare proprio quelle forze che vogliono lasciare intatti i rapporti economici da cui nasce l’insicurezza. È paradossale che oggi il «sociale» venga spesso celebrato come una sfera positiva, contrapposta a quella dell’esecrata politica. Lasciata a se stessa, come sappiamo, la società è il luogo della brutalità dei rapporti di forza, del sopruso, mentre la politica, sottoponendo quei rapporti a decisioni collettive, dovrebbe essere il regno della speranza, del cambiamento. Se la politica non fa questo, è destinata a essere percepita come un artificio.
Marx, nel 1844, aveva ammonito che «l’intelletto politico è politico appunto in quanto pensa entro i limiti della politica. Quanto più esso è acuto, quanto più è vivo, tanto meno è capace di comprendere le infermità sociali». Il monito riguarda quella politica che assume l’ordinamento economico come un confine invalicabile e si limita a limitare i danni. Quando ogni alternativa viene dichiarata impossibile, la politica diventa irrilevante per la vita delle persone. È anche di questa irrilevanza che ci parlano le piazze.




