La ricetta potrebbe non contenere più soltanto il nome di un farmaco, ma anche l’indicazione di un luogo da visitare: un museo. Perché l’arte, ormai lo dice anche la scienza, può essere una forma di terapia, capace di contribuire al benessere psicofisico delle persone. E allora perché non trasformare una visita culturale in una vera prescrizione medica, con tanto di ricetta bianca, come parte di percorsi di prevenzione o riabilitazione? È la proposta di Paolo Gei, che guarda alle esperienze già avviate in altre realtà d’Italia e rilancia la sfida per Brescia: una città che dispone di un patrimonio culturale vastissimo e, proprio sul rapporto tra arte e salute, ha costruito esperienze pionieristiche e molto concrete.
L’esperienza di Gei
Paolo Gei, ricordiamo, è il cardiologo bresciano che ha unito la medicina alla passione per la storia e l’arte. Già primario della Cardiologia riabilitativa degli Spedali Civili, dopo il pensionamento nel 2016 ha scelto di tornare sui banchi dell’università, conseguendo pochi anni più tardi la laurea in Lettere a indirizzo storico, artistico e archeologico alla Cattolica del Sacro Cuore.
Con Fondazione Brescia Musei ha costruito un progetto per permettere anche a persone con limitazioni fisiche persistenti, ma stabilizzate, di riappropriarsi della città e del suo patrimonio.
Il percorso attraversa il cuore archeologico di Brescia: dal Tempio Repubblicano fino a Santa Giulia, passando per il Capitolium, la Vittoria Alata, il Teatro Romano, San Salvatore e la Croce di Desiderio. A rendere possibile l’esperienza non è stata soltanto l’organizzazione del percorso, ma anche la presenza di una guida capace di unire due competenze: quella archeologica e quella medica. Una sicurezza pratica, ma anche emotiva, per chi teme che la fatica o la propria condizione di salute possano diventare un ostacolo.

Visite guidate
«Dal 2022 ho accompagnato un migliaio di persone lungo questo percorso - racconta con soddisfazione il cardiologo -. Le prossime visite riprenderanno il 3 ottobre». L’idea è nata quasi per caso, da una richiesta semplice di un paziente. «Mi disse: “Perché non mi accompagna lei? Con un cardiologo al fianco, un percorso di due chilometri mi fa meno paura”. Gli risposi: “Perché no?”». Da quella prima esperienza è nato un progetto che negli anni ha coinvolto persone fragili e pazienti con storie diverse: cardiopatici, oncologici, persone con depressione e pazienti sottoposti a dialisi.
Le soddisfazioni, racconta Gei, sono state tantissime. «In tanti mi dicono: “Grazie a tutta questa bellezza non sento nemmeno il mancamento di fiato”». C’è poi il ricordo di una ragazza ceca sulla sedia a rotelle: «Con le sue parole mi ha fatto vedere cose bellissime». E ci sono le immagini che più di altre raccontano il senso del progetto: figli che accompagnano per mano i genitori davanti alla meraviglia della Vittoria Alata, condividendo con loro un’emozione che va oltre i limiti imposti dalla malattia.
La sperimentazione in Piemonte
Ora Gei guarda oltre il progetto già avviato. L’obiettivo è far crescere la consapevolezza che l’arte può essere parte integrante dei percorsi di cura e prevenzione. Da qui la proposta: far entrare i musei tra gli strumenti a disposizione, su ricetta bianca, della medicina di base. Un po’ come è stato fatto, ad esempio, in Piemonte con il progetto sperimentale «Museo Benessere» che coinvolge il Castello di Rivoli e la Reggia di Venaria: il medico di famiglia individua il possibile fruitore (persone in situazioni di fragilità come adulti e anziani soli, persone con ansia o fragilità psicologiche, con disabilità intellettive lievi, a rischio di isolamento sociale o pazienti con patologie croniche o vulnerabilità sociali) e, attraverso una ricetta bianca, ne prescrive l’inserimento nel progetto, con prenotazione presso il cup del polo sanitario.
Cosa dice la scienza
La proposta poggia su basi solide: «Gli studi clinici raccolti dall’Oms nel 2019 e le successive riflessioni maturate dopo la traumatica esperienza della pandemia hanno infatti evidenziato come il rapporto con l’arte possa produrre benefici molteplici». Sul piano psicologico favorisce la stimolazione sensoriale e cognitiva, l’elaborazione delle emozioni, il recupero della memoria, l’immaginazione e il rafforzamento dell’autostima. Sul fronte fisico contribuisce attraverso un’attività motoria moderata, spesso svolta in gruppo, e può favorire una risposta ormonale positiva, con un aumento della produzione di serotonina e dopamina, associate al benessere, e una riduzione degli ormoni dello stress come cortisolo e adrenalina, che possono influire su pressione arteriosa, aritmie e lavoro del cuore.
Anche il sistema immunitario può trarne beneficio. Non meno importanti sono gli effetti sulla dimensione comportamentale e sociale: la frequentazione di luoghi culturali può incoraggiare stili di vita più sani, una maggiore attenzione alla prevenzione, nuovi interessi e motivazioni, oltre a ridurre solitudine e isolamento attraverso l’incontro con gli altri e la riscoperta delle proprie radici storico-artistiche.
«Il tutto - conclude - con importanti ricadute sul piano medico: il miglioramento dell’assetto ormonale, con la riduzione dei mediatori dello stress, riduce il lavoro del cuore, la pressione arteriosa e le aritmie, tipo extrasistoli nei cardiopatici, ipertesi e diabetici, così come l’aumento della serotonina migliora il tono dell’umore nei depressi. La stimolazione visiva e cognitiva migliora la memoria nei pazienti con demenza iniziale. L’attenzione richiamata sui dettagli delle opere e la percezione guidata sulla prospettiva, la tridimensionalità e le sfumature di colore migliorano i movimenti oculari compromessi nella malattia di Parkinson».




