C’è un dolore che non si vede, che non lascia segni evidenti ma accompagna ogni gesto quotidiano, è quello della fibromialgia, una condizione complessa e ancora troppo spesso fraintesa, che costringe chi ne soffre a una sfida continua tra corpo e mente. Eppure, proprio da questa sfida può nascere un percorso di consapevolezza e di cambiamento.
Ne parliamo con la dottoressa Eleonora Pedretti, reumatologa dell’Uo di Reumatologia dell’Asst Spedali Civili e ospite della trasmissione Obiettivo Salute, che invita a guardare oltre il dolore e a riscoprire il valore dello stile di vita.
Dottoressa, partiamo dalle basi: che cos’è la fibromialgia?
«È una sindrome caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, accompagnato spesso da stanchezza cronica, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione. Non è una malattia infiammatoria, ma una condizione in cui il sistema nervoso amplifica la percezione del dolore».
Perché è così difficile da riconoscere?
«Perché non esistono esami diagnostici specifici, la diagnosi si basa sull’ascolto del paziente e sull’insieme dei sintomi. Questo può portare a ritardi anche lunghi e, purtroppo, a una sensazione di solitudine: molti pazienti si sentono non creduti».
Quanto incide sulla vita di tutti i giorni?
«Incide profondamente, il dolore è costante, la stanchezza può essere invalidante, anche le attività più semplici, come lavorare, uscire o mantenere relazioni sociali possono diventare difficili, spesso le relazioni subiscono rotture».
Dottoressa Pedretti, esiste una cura definitiva e quanto conta lo stile di vita?
«Non esiste una cura risolutiva, ma esistono percorsi terapeutici efficaci, la chiave è un approccio personalizzato, che tenga conto della persona nella sua globalità e qui entra in gioco lo stile di vita che è uno degli aspetti più importanti e spesso anche quello più sottovalutato. Movimento, qualità del sonno e gestione dello stress sono veri e propri strumenti terapeutici, muoversi risulta spesso difficile a causa di notti insonni e di continui dolori. Il dolore porta naturalmente a fermarsi, ma l’inattività, nel tempo, peggiora la situazione, il movimento, se introdotto in modo graduale e rispettoso dei limiti individuali, aiuta a ridurre la percezione del dolore».

Che tipo di attività consiglia?
«Attività dolci, come camminare, nuotare o fare esercizi a basso impatto, non serve fare tanto, serve farlo con costanza. Anche pochi minuti al giorno possono essere un punto di partenza».
Un altro messaggio forte riguarda l’uscire di casa…
«Sì, ed è fondamentale, il rischio più grande è l’isolamento, restare chiusi in casa, rinunciare alle relazioni, alla vita sociale, può peggiorare non solo l’umore ma anche i sintomi fisici. Uscire, incontrare persone, mantenere una routine: tutto questo fa parte della terapia».
Quindi anche l’aspetto psicologico è centrale?
«Molto, ansia, stress e umore influenzano direttamente la percezione del dolore, per questo, in alcuni casi, un supporto psicologico può essere di grande aiuto».
Quali sono gli errori più comuni che vede nei pazienti?
«Fermarsi completamente, aspettando che il dolore passi, oppure cercare soluzioni rapide e definitive, la fibromialgia richiede tempo, pazienza e un percorso graduale».

E invece cosa aiuta davvero?
«La continuità, piccoli gesti quotidiani: muoversi un po’, uscire, prendersi cura del sonno, chiedere aiuto quando serve. Non è facile, ma è ciò che porta risultati nel tempo».
Si può tornare a una buona qualità di vita?
«Sì, ed è importante dirlo chiaramente, nonostante la malattia, molti pazienti riescono a migliorare e a ritrovare un equilibrio, non significa eliminare completamente il dolore, ma imparare a gestirlo».
Che messaggio si sente di lasciare a chi convive con questa condizione?
«Di non arrendersi al dolore, anche nei momenti più difficili, è importante fare un piccolo passo: uscire, muoversi, cercare un contatto, chiedere aiuto alle associazioni, noi a Brescia siamo molto fortunati e abbiamo L’Abar. Non fermarsi è già una forma di cura».



