Leggere, scrivere, fare i calcoli: attività che per molti bambini diventano progressivamente automatiche, mentre per altri possono richiedere molta più fatica e molto più tempo. A volte le difficoltà si vedono già nei primi anni di scuola, altre volte vengono riconosciute più tardi e troppo spesso, prima ancora di capire che cosa stia succedendo, un bambino rischia di sentirsi dire che è distratto, svogliato o che non si impegna abbastanza.
Riconoscere un Dsa (disturbo specifico dell’apprendimento)significa invece capire come quel bambino apprende, quali sono le sue difficoltà e quali strumenti possono aiutarlo. Perché una difficoltà nella lettura, nella scrittura o nel calcolo non definisce il valore di una persona. Ne parliamo con Chiara Stampatori, neuropsicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatrice e responsabile di Studio Memento e responsabile del Servizio di Neuropsicologia dell’età evolutiva «La Fabbrica delle Parole» di Domus Salutis.
Quando parliamo di Dsa, di che cosa parliamo e quali sono i primi segnali?
Prima della scuola primaria non si può parlare di una vera e propria diagnosi di Dsa, che viene generalmente effettuata alla fine della seconda primaria per dislessia, disortografia e disgrafia e alla fine della terza per la discalculia. Già in età prescolare, però, possono comparire segnali di rischio: difficoltà linguistiche e fonologiche, nella memoria, nell’apprendimento di nuove parole, nella denominazione rapida di colori e oggetti, oppure nelle abilità motorio-prassiche e visuo-spaziali. Anche la familiarità è un importante fattore di rischio, dai 5 anni alcuni screening possono individuare i bambini più a rischio. Nella primaria, invece, un segnale importante è la particolare lentezza e fatica nell’apprendere la corrispondenza tra lettere e suoni.

Ci sono segnali che un genitore può notare anche se a scuola nessuno si è ancora accorto di nulla?
Certamente, a casa si possono osservare una lettura e una scrittura lente e faticose, difficoltà a comprendere quanto letto, tempi molto lunghi per i compiti o la tendenza a evitarli. Possono comparire ansia, frustrazione e una diminuzione dell’autostima. Il bambino può confondere suoni o lettere, faticare con le tabelline, alcune sequenze come giorni e mesi o la lettura dell’orologio. È importante osservare non solo il risultato, ma anche la fatica e il tempo che impiega per raggiungerlo.
Quali difficoltà nella lettura, nella scrittura o nel calcolo non dovremmo sottovalutare?
Nella lettura possono comparire lentezza, inversioni, sostituzioni e omissioni, difficoltà nel mantenere il segno e problemi di comprensione legati alla fatica. Nella scrittura errori ortografici persistenti, una grafia faticosa o irregolare e difficoltà a mettere per iscritto idee che il bambino riesce invece a esprimere oralmente. Nel calcolo difficoltà nel riconoscere rapidamente le quantità, comprendere i numeri, ricordare le tabelline e seguire le procedure. Un singolo errore non è motivo di preoccupazione: conta la persistenza della difficoltà e la distanza rispetto a quanto atteso per l’età.

Come distinguiamo un Dsa da una semplice difficoltà scolastica o da una mancanza di impegno?
Nel Dsa la difficoltà riguarda principalmente un’area specifica, mentre le capacità cognitive generali sono nella norma e non ci sono altre condizioni che possano spiegare il problema. Inoltre, è persistente e non scompare semplicemente con maggiore esercizio o con il tempo. La diagnosi richiede test standardizzati effettuati da professionisti qualificati, è inoltre importante ricordare che la comorbilità tra Dsa e Adhd è elevata.
Se un genitore ha dei dubbi ma la scuola non rileva particolari problemi, che cosa dovrebbe fare?
Non è necessario aspettare una segnalazione degli insegnanti, il genitore può confrontarsi con la scuola, ma se i dubbi persistono può rivolgersi direttamente a un logopedista, a un neuropsicologo esperto in età evolutiva o a un neuropsichiatra infantile. La Legge 170/2010 non stabilisce che il percorso debba partire dagli insegnanti. È importante non rimandare troppo, perché un intervento precoce può ridurre frustrazione e perdita di fiducia.
Qual è il percorso corretto quando si sospetta un Dsa?
Il primo passo può essere rivolgersi al pediatra, per capire come accedere ai servizi pubblici. Nel pubblico il percorso è coperto dal Servizio sanitario nazionale, ma i tempi di attesa possono essere lunghi. Esistono anche strutture private o centri accreditati, generalmente più rapidi ma con costi a carico della famiglia, on tutti gli studi privati, però, possono certificare un Dsa: devono essere autorizzati dalla Regione Lombardia e comparire nell’elenco di Ats Brescia. Se la famiglia sceglie un professionista privato, il percorso parte generalmente da un colloquio sulla storia del bambino e sulle difficoltà osservate a casa e a scuola. Seguono la valutazione neuropsicologica e logopedica, con test standardizzati sulle capacità cognitive e sulle abilità di lettura, scrittura e calcolo. La valutazione neuropsichiatrica permette inoltre di escludere altre condizioni. Se sono presenti i criteri necessari, si arriva alla diagnosi e viene redatto il certificato da consegnare alla scuola.
Chi può fare una diagnosi di Dsa?
La prima diagnosi viene redatta da un’équipe multidisciplinare composta da neuropsichiatra infantile, neuropsicologo e logopedista. La certificazione deve seguire il modello previsto dalla Regione Lombardia per essere valida ai fini della normativa e dell’attivazione del Pdp.
Una volta ottenuta la diagnosi, che cosa succede a scuola?
La certificazione va consegnata in segreteria e protocollata, la scuola deve quindi redigere il Pdp, il Piano didattico personalizzato, condiviso con la famiglia, individuando gli strumenti compensativi e le misure dispensative più adatti al singolo alunno.
Quanto sono preparate oggi le scuole ad accogliere gli studenti con Dsa?
La situazione è ancora disomogenea, dalla Legge 170/2010 i passi avanti sono stati importanti: c’è maggiore consapevolezza, ci sono referenti Dsa/Bes e percorsi di formazione. Nella pratica, però, la qualità dell’accoglienza dipende ancora troppo dalla singola scuola e, a volte, dal singolo insegnante. C’è chi personalizza davvero il percorso e chi si limita a compilare un modulo standard, mancano spesso tempo, risorse e aggiornamento continuo. Come formatrice della sezione di Brescia dell’Associazione Italiana Dislessia svolgo corsi nelle scuole del territorio sui Dsa. La formazione è fondamentale per aiutare gli insegnanti a riconoscere le difficoltà e a gestirle nel modo corretto, ma nella pratica non sempre questi percorsi vengono fatti e non sempre tutti i docenti hanno la possibilità di formarsi su questi temi.
Gli strumenti compensativi e le misure dispensative vengono utilizzati correttamente?
È difficile individuare strumenti uguali per tutti, per questo è importante la comunicazione tra specialista e insegnanti, affinché la diagnosi possa trasformarsi in indicazioni didattiche efficaci. Gli strumenti compensativi, come la sintesi vocale, permettono di raggiungere l’obiettivo scolastico bypassando il deficit specifico. Le misure dispensative limitano invece l’utilizzo della funzione deficitaria, per esempio evitando la lettura ad alta voce o la presa di appunti. Il Pdp non deve essere un copia e incolla: deve essere costruito sulle caratteristiche di quel bambino.
Quali sono le principali difficoltà che incontrano le famiglie nel rapporto con la scuola?
Una delle difficoltà è costruire una vera alleanza con la scuola, condividendo l’obiettivo di permettere allo studente di apprendere anche in modo diverso e di sentirsi competente. A volte, per scarsa formazione, alcuni comportamenti vengono interpretati come svogliatezza o mancanza di impegno. Anche alcune famiglie possono essere reticenti ad accettare le segnalazioni della scuola, per paura del giudizio o di facilitare troppo il percorso del figlio, ma è come pensare che una persona miope possa imparare a vedere da lontano senza occhiali.

Quanto può incidere un Dsa sull’autostima?
Può incidere molto, soprattutto quando il bambino sperimenta insuccessi e si confronta con compagni che sembrano riuscire con maggiore facilità. Il rischio è che una difficoltà specifica diventi un giudizio globale su di sé: «Non ci riesco, quindi sono stupido», «Gli altri sono più intelligenti». Bisogna aiutarlo a capire che una difficoltà specifica non definisce il suo valore. L’autostima cresce quando può sperimentare competenza, riconoscere i propri progressi e scoprire i propri punti di forza. Per questo è importante anche la restituzione della diagnosi: il clinico deve spiegare al bambino, con parole adeguate all’età, che cosa sia il suo Dsa, dove lo penalizzi ma anche quali aspetti del suo funzionamento possono rappresentare una risorsa.
Che cosa succede quando un bambino si impegna, ma continua a sentirsi dire che è distratto, svogliato o che «potrebbe fare di più»?
Il rischio è che inizi a interiorizzare queste affermazioni, continua a impegnarsi, ma il risultato non cambia, e questo può portare a frustrazione, senso di inadeguatezza, perdita di motivazione e ansia. Può arrivare anche a evitare la scuola per paura di non riuscire, di fare una brutta figura o di deludere gli adulti.
Quanto è importante riconoscere il problema prima che il ragazzo inizi a pensare di essere lui il problema?
È fondamentale, individuare tempestivamente le difficoltà aiuta il bambino a capire come funziona il suo modo di apprendere e quali strumenti può utilizzare. Si accorge presto che il compagno legge più velocemente o ha meno segni rossi nel dettato, ma spesso non sa spiegarsi il perché. Può quindi vivere vergogna, colpa, paura e rinuncia.
Che cosa succede quando un Dsa viene riconosciuto soltanto alle scuole medie o alle superiori?
Non significa che sia troppo tardi, ma una diagnosi tardiva può voler dire aver perso importanti occasioni di intervento e riabilitazione. Dopo anni di fatica e insuccessi può esserci anche un problema sul piano emotivo e un’immagine negativa di sé. Allo stesso tempo, il ragazzo può aver sviluppato strategie di compensazione, una diagnosi, anche tardiva, può aiutarlo a rileggere la propria storia scolastica e a comprendere meglio il proprio funzionamento.
Un ragazzo con Dsa può affrontare tranquillamente l’università e il mondo del lavoro?
Assolutamente sì, un Dsa non rappresenta un limite per intraprendere un percorso universitario o una professione. La Legge 170/2010 tutela gli studenti con Dsa anche all’università: nei test di ingresso e negli esami possono essere previsti strumenti compensativi e misure dispensative, previa presentazione della certificazione. Gli Atenei hanno inoltre servizi dedicati all’inclusione.
Quali sono, invece, i punti di forza che spesso hanno questi ragazzi e che rischiamo di non vedere?
Non esiste un profilo unico del ragazzo con Dsa, un punto di forza che spesso troviamo è la capacità di trovare strade diverse per arrivare allo stesso risultato: una forma di creatività che riguarda anche il problem solving. La British Dyslexia Association parla di «dyslexic thinking» come di una risorsa. Sempre più aziende riconoscono il valore di differenti modalità di pensiero, della capacità di trovare soluzioni nuove e dell’innovazione. Dovremmo quindi imparare a non guardare soltanto ciò che manca, ma anche ciò che c’è, un ragazzo con Dsa non è soltanto la sua difficoltà nella lettura, nella scrittura o nel calcolo: è una persona con competenze e capacità che, se riconosciute e valorizzate, possono diventare importanti risorse.



