Cajazzo: «L’ospedale Civile cresce, ma al centro resta la persona»

Originario di Mazara del Vallo, è stato commissario straordinario del Poma di Mantova, ha guidato l’Istituto nazionale tumori, ha ricoperto gli incarichi di direttore generale Welfare e vicesegretario generale della Regione, è stato alla guida della Fondazione ricerca biomedica e commissario straordinario dell’Asst Franciacorta. Luigi Cajazzo, dal gennaio 2024, è al timone dell’Asst Spedali Civili.
Direttore generale Cajazzo, questo è l’ultimo anno del suo mandato triennale agli Spedali Civili: quale bilancio complessivo traccia?
Un’esperienza straordinaria dalla quale ho imparato e sto imparando tanto. Guidare una delle Aziende sanitarie pubbliche più grandi della regione e del Paese rappresenta, per me, motivo di grande orgoglio; ma al contempo ho sempre avvertito, forte, la responsabilità di un ruolo così decisivo e impattante per la salute dei cittadini. Un ruolo che richiede un grande lavoro di squadra. In questo senso ho potuto contare su una Direzione strategica di altissimo livello e su tanti preziosi collaboratori: medici, dirigenti sanitari, infermieri, operatori socio sanitari, tecnici, amministrativi, una grande famiglia di quasi ottomila persone che, con professionalità e umanità, rendono grande questa Azienda che il prossimo anno festeggerà i suoi primi 600 anni e che può contare su un alleato molto importante, l’Università degli Studi di Brescia. A tutti va la mia gratitudine.
Qual è il risultato di cui va più fiero e che ritiene abbia lasciato un segno concreto?
Il concorso internazionale di progettazione per l’Ospedale del Futuro. È stato un lavoro molto complesso e partecipato: nei primi mesi del 2024 ho voluto che lo studio di fattibilità fosse valutato da una cabina di regia composta dai direttori di Dipartimento della Asst, dall’Università e dall’Ats. Ognuno ha portato il proprio punto di vista, soprattutto in termini di visione organizzativa e prospettica. Approvato lo studio, nel dicembre del 2024, abbiamo stipulato un protocollo di intesa con tutte le amministrazioni coinvolte (Regione, Ats, Università, Provincia, Comune) per definire, con il supporto della Fondazione Politecnico, il Documento di indirizzo alla progettazione che rappresenta la base del concorso internazionale gestito da Aria. Tra pochi giorni conosceremo il vincitore. I risultati si vedranno tra qualche anno, ma sarà un’opera che lascerà il segno e che renderà ancora più orgogliosi i bresciani.

Qual è stata invece la criticità più difficile da affrontare?
L’elemento sicuramente più critico è la dimensione dell’Azienda: quattro presidi ospedalieri e quattro distretti territoriali, con connotazioni ed esigenze non sempre equivalenti. Una complessità che, talvolta, può rallentare i processi decisionali. Ma l’importante è non perdere mai di vista il paziente, non smarrire mai il volto del singolo nel flusso della complessità.
Le liste d’attesa restano uno dei temi più sentiti della Sanità: qual è la situazione dal suo punto di vista e che messaggio vuole lanciare ai cittadini?
Ai cittadini, sommessamente e con tutta la comprensione umana, chiedo di cercare di conoscere bene le regole. Se la prestazione richiesta non è disponibile presso la struttura prescelta dal cittadino, la ricerca va ampliata a tutto il territorio dell’Ats. E se anche così il posto non c’è, allora la struttura deve trovare una soluzione in overbooking o in libera professione ponendo a carico del cittadino il solo ticket, se dovuto. È noto che il «sistema Brescia», in questo senso, è molto virtuoso poiché quando la ricerca viene estesa a tutti gli operatori, compresi i privati convenzionati, la prestazione si trova in un numero alto di casi. Come Spedali Civili stiamo molto lavorando, su impulso della Regione, per migliorare le nostre risposte. E il problema va affrontato a 360 gradi, non solo potenziando la nostra offerta, ma lavorando su una delle piaghe che più affliggono il nostro Servizio sanitario: quello della inappropriatezza prescrittiva. Ho istituito, a tal fine, una commissione aziendale: desideriamo fare, doverosamente, la nostra parte, in pieno coordinamento con Regione e con Ats Brescia.
Il problema della carenza di personale, soprattutto infermieristico, è sentito. Quanto pesa sull’organizzazione dell’Asst? Come lo state affrontando?
Quella della carenza di personale, soprattutto infermieristico, è una delle sfide più complesse per un direttore generale. Non è solo una questione legata alla difficoltà di assumere, ma anche di trattenere e valorizzare il personale presente. Il Ssn deve tornare ad essere un datore di lavoro competitivo, non solo dal punto di vista retributivo, ma dei percorsi di carriera: altrimenti, il rischio è molto serio. Nella nostra realtà, stiamo promuovendo azioni di welfare aziendale in collaborazione con le associazioni. Abbiamo ridisegnato l’organizzazione della Direzione delle professioni sanitarie in una logica che incentiva il lavoro trasversale e la collaborazione tra professionisti. Stiamo valorizzando le competenze specialistiche attraverso gli incarichi di funzione; stiamo cercando, ove possibile, di responsabilizzare altre figure importanti, come gli Oss e il personale ostetrico. Ma, in una organizzazione così complessa, è fondamentale che ogni responsabile di struttura valorizzi i propri collaboratori, li faccia sentire parte di una squadra.
Siete passati al Cup unico regionale, come sta andando?
Come tutte le rivoluzioni informatiche e di sistema ha avuto dei rallentamenti nelle prime settimane, ma era un passaggio necessario da fare. È uno strumento indispensabile per riportare ordine nel governo della domanda di salute e trasparenza nei rapporti con i cittadini.

Si sta facendo molto anche sul territorio per superare il vecchio modello ospedalocentrico, perché quella è la strada giusta? Che messaggio vuole lanciare ai cittadini che sono ancora diffidenti?
L’innalzamento dell’aspettativa di vita e l’aumento delle patologie croniche e degenerative impongono un ripensamento del modello ospedalocentrico. Abbiamo lavorato molto, in questi anni, per realizzare gli obiettivi previsti dal Pnrr sulla sanità territoriale. Abbiamo aperto otto Case di comunità e le altre tre sono in fase di fine lavori. Abbiamo aperto l’Ospedale di comunità di Brescia e tra poco sarà attivo quello di Gardone Val Trompia. Ma non vogliamo essere misurati solo sui “muri” che abbiamo saputo costruire. La sanità è fatta, soprattutto, di processi, di interoperabilità tra diversi attori, di multiprofessionalità e di modelli organizzativi. In questo senso la nostra Asst ha lavorato molto per costruire un sistema di presa in carico dei pazienti cronici caratterizzato da una forte interazione tra ospedale e territorio con una sempre maggiore alleanza tra specialisti e medici di assistenza primaria: diversi sono, infatti, gli specialisti che effettuano visite nelle case di comunità e che si relazionano con i medici di medicina generale partendo dalla stratificazione della cronicità e della fragilità. In una azienda altamente specialistica come la nostra, ma al contempo con una forte vocazione territoriale, è fondamentale che il paziente sia trattato nel setting più appropriato e che l’ospedale sia riservato alle casistiche più complesse. Questo richiede un grosso lavoro di rete tra tutti gli attori, ma anche una decisa responsabilizzazione del paziente che deve imparare a fidarsi delle strutture territoriali. Siamo solo all’inizio ma le basi sono state messe.
Più in generale, qual è, a suo avviso, lo stato di salute del Servizio sanitario nazionale?
Il Servizio sanitario nazionale è uno dei pilastri di civiltà del nostro Paese che dobbiamo difendere a tutti i costi. È innegabile che il Sistema richiede un deciso restyilng che parta, innanzitutto, dalla attuazione delle indicazioni nazionali e regionali in tema di presa in carico della cronicità (ormai il 40% degli assistiti). Un nuovo modello di cura, che superi la mera logica della prestazione, con percorsi strutturati e integrati che valorizzino gli esiti. Digitalizzazione, rinnovamento tecnologico e interoperabilità dei dati sono strumenti che devono favorire questo cambiamento organizzativo e culturale, che comporta, quale logica conseguenza, anche la revisione del sistema di finanziamento: passare dalla remunerazione della singola prestazione alla valorizzazione degli esiti di cura. E poi due elementi fondamentali: lo sviluppo della prevenzione, vera leva di sostenibilità del sistema, e la valorizzazione del capitale umano. Non bastano le tecnologie se non torniamo ad investire sui professionisti, rendendo il lavoro nel pubblico attrattivo e gratificante.
Cosa l’ha colpita di più, in questi anni, dell’Asst? E di questo territorio?
L’affetto dei bresciani verso il «proprio ospedale». Nella mia carriera ho avuto l’opportunità di dirigere diverse strutture, ma non ho mai trovato un attaccamento così grande da parte delle persone verso l’ospedale. I bresciani vogliono bene al Civile e sono pronti anche a contribuire alla realizzazione di progetti e interventi di miglioramento. Dico sempre che accanto ai giganti della medicina, a Brescia ci sono tanti giganti del cuore.
C’è una questione che avrebbe affrontato in maniera diversa o che le dispiace sia rimasta irrisolta?
Avrei voluto dare maggior impulso allo sviluppo di «rete» con le altre Asst della Lombardia Orientale. Abbiamo molto lavorato sul reclutamento condiviso delle risorse professionali, facendo leva sulla maggiore attrattività della nostra Asst, con risultati significativi. Occorre insistere di più sullo sviluppo delle reti cliniche, allo scopo di valorizzare al meglio le risorse e le professionalità di ciascuna struttura. Tanto è stato già fatto, ma non basta. E in questo il Civile è chiamato a un ruolo importante di regia al quale non può sottrarsi. Sul territorio, mi è dispiaciuto aver visto allungarsi i tempi di realizzazione della Casa di comunità di via Don Vender a Brescia, anche se non è dipeso direttamente dalla nostra Asst.
Com’è il rapporto con gli altri ospedali bresciani?
Ottimo. Abbiamo relazioni con tutti gli attori, anche del privato convenzionato. La sanità bresciana è davvero un modello. Non è una mia opinione, lo dicono i risultati e le classifiche stilate da istituti autorevoli. Occorre, a mio parere, sviluppare maggiormente le relazioni con il settore socio-sanitario per l’accoglienza dei pazienti che terminano la fase acuta e che necessitano di riabilitazione o di una degenza a bassa intensità. Abbiamo messo in atto, anche attraverso le Cot, un rapporto di miglioramento nella transizione con gli altri Enti del sistema ma siamo all’inizio e su questo serve un investimento continuo.
Guardando al futuro, quale eredità intende lasciare ai Civili e alla città?
Vorrei poter dire di aver contribuito a rafforzare nei bresciani la consapevolezza di avere a propria disposizione una eccellenza, termine spesso inflazionato, ma che rispecchia perfettamente ciò che sono gli Spedali Civili. Si dice che il nostro ospedale sia «una città nella città», a me piace più pensare che sia invece uno degli organi vitali della città.
Si sente disponibile a una riconferma?
Nel tempo mi sono sentito sempre più «bresciano». Accetterei con gioia e con entusiasmo una eventuale riconferma ma, ovviamente, sono a disposizione dei vertici regionali. Quel che è certo è che questa esperienza rappresenta un punto indelebile della mia vita professionale e personale.
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