Salute e benessere

Il professor Berruti: «Basta fumo, lo dicono i numeri sui tumori»

Lo dice il direttore dell’Oncologia degli Spedali Civili: «Aumenta l’incidenza del tumore al polmone tra le donne». Le sfide? «Uscire dagli ospedali per entrare nelle Case di comunità e lavorare sempre più in sinergia con i medici di famiglia»
Il fumo è la prima causa di morte evitabile
Il fumo è la prima causa di morte evitabile

Ottomila persone in cura, duemila nuovi pazienti ogni anno. «È una grande comunità, praticamente un paese intero». Il professor Alfredo Berruti, direttore dell’Oncologia degli Spedali civili e del Comprehensive cancer center dell’Asst e dell’Università di Brescia, parte dai numeri per raccontare un cambiamento profondo: di tumore ci si ammala, ma si guarisce di più e, grazie a terapie sempre più efficaci, con la malattia si può convivere più a lungo.

Il professor Alfredo Berruti, direttore dell'Oncologia medica
Il professor Alfredo Berruti, direttore dell'Oncologia medica

Professor Berruti, che cosa la colpisce di più della relazione di Ats Brescia?

Al di là dei numeri assoluti, che vanno letti tenendo conto delle dinamiche demografiche e soprattutto dell’aumento della popolazione anziana, c’è un dato positivo: finalmente, dopo anni di crescita, l’incidenza del tumore alla mammella è in calo, ci auguriamo che questa inversione di tendenza persista anche in futuro.

Come lo spiega?

Probabilmente le campagne sugli stili di vita, contro l’obesità e a favore dell’attività fisica, stanno dando risultati.

Qual è invece il dato che preoccupa?

L’aumento dell’incidenza del tumore al polmone tra le donne. È un campanello d’allarme.

Il fumo quanto incide?

Molto, perché il tumore al polmone è fortemente legato al fumo. Le donne hanno iniziato a fumare più tardi rispetto agli uomini e oggi ne vediamo le conseguenze. Bisogna investire nelle campagne di sensibilizzazione: il fumo resta la prima causa evitabile di morte.

Molti scelgono le sigarette elettroniche pensando che facciano meno male. È così?

Esistono solide ragioni biologiche per considerarle non innocue e potenzialmente cancerogene. Non abbiamo ancora studi epidemiologici che ne dimostrino gli effetti negativi a lungo termine, semplicemente perché non è trascorso abbastanza tempo. Ma l’assenza di dati non significa che siano innocue.

Tra i dati positivi c’è l’aumento delle persone che vivono dopo una diagnosi. Che cosa significa?

Una parte è guarita, un’altra convive con la malattia grazie alle terapie che oggi abbiamo a disposizione. Le cure migliorano continuamente: a ogni congresso internazionale cambiano gli standard. Anche per i pazienti con metastasi la malattia può diventare cronica.

Quanto sono cambiate le prospettive?

Molto. Un paziente con melanoma metastatico che dieci o 15 anni fa aveva una prognosi nefasta oggi può essere tenuto sotto controllo per anni grazie all’immunoterapia. La nuova sfida è proprio questa: gestire una malattia che in molti casi diventa cronica.

Quante persone avete oggi in cura?

Come Oncologia medica, abbiamo in carico ottomila persone: una grande comunità, praticamente un paese intero. E ogni anno si aggiungono circa duemila nuovi pazienti. Il Comprehensive cancer center dell’Asst Spedali Civili e dell’Università di Brescia prende in carico circa 6.500 pazienti ogni anno e i pazienti seguiti sono più di quarantamila.

L’Organisation of european cancer institutes ha classificato l’ospedale Civile e l’Università di Brescia come Comprehensive cancer centre with research excellence. Che cosa significa concretamente?

La nostra missione è fare rete con gli altri ospedali della provincia, condividendo gli stessi percorsi terapeutici e gli stessi approcci. L’obiettivo è offrire a ogni persona la migliore cura possibile il più vicino possibile a casa, evitando spostamenti inutili. Contiamo di arrivarci in tempi brevi. Inoltre è importante integrare la migliore assistenza con la ricerca.

Ma la sfida non si gioca soltanto negli ospedali.

Esatto. Se aumentano le prospettive di vita, crescono anche le persone da seguire e dobbiamo farlo sempre di più sul territorio. L’Oncologia sta uscendo dagli ospedali per entrare nelle Case di comunità e lavorare sempre più in sinergia con i medici di famiglia. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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