Insegnante di educazione fisica, appassionata del suo lavoro e soprattutto del rapporto con i preadolescenti, Angela Restelli aveva costruito la propria vita attorno alla famiglia e a progetti che immaginava di realizzare. Poi è arrivato il tumore al seno, quando aveva 39 anni. Un’esperienza che ha cambiato profondamente il suo modo di guardare al mondo e a sé stessa. Dopo l’intervento, la chemioterapia e la radioterapia, è iniziato un percorso fatto di studio, sostegno psicologico e nuove consapevolezze. Fino all’incontro con le Pink Ambassador della Fondazione Umberto Veronesi e alla sfida della maratona di New York. Oggi Angela racconta la sua storia per promuovere la ricerca e la prevenzione, ma anche per ricordare che non è necessario essere sempre forti e che chiedere aiuto non è un segno di debolezza.
Angela, che cosa ha significato per lei ricevere la diagnosi?
«L’impatto con la malattia è stato traumatizzante, avevo 39 anni, ero una donna con una famiglia e tanti progetti. Il primo intervento è stato una quadrantectomia, poi ho affrontato la chemioterapia e la radioterapia. Ho capito subito che il cancro non colpisce soltanto il corpo: cambia il modo di pensare, di agire, di percepire e di sentire. Incide su ogni aspetto della vita e coinvolge anche i familiari, gli amici, tutte le persone che condividono con noi la quotidianità. La malattia ti spoglia di tante cose e ti riporta all’essenziale. All’inizio, con il mio carattere pratico, cercavo di andare avanti, poi ho cominciato a studiare, a riflettere, a capire che non volevo sprecare l’opportunità di trasformare quell’esperienza».
Lei ha descritto questo percorso come un ponte.
«Quando ho ascoltato il professor Paolo Veronesi parlare di un ponte, ho riconosciuto la mia esperienza. È il passaggio dal prima al dopo: un ponte in salita, durante il quale ti fermi a ogni tappa e acquisisci una consapevolezza diversa. Poi scendi dall’altra parte e ti ritrovi un’altra persona, per me è lì che è iniziata la rinascita. Non è un cambiamento che avviene tutto in una volta: è un percorso fatto di passaggi, di domande e di nuove consapevolezze».
In questo percorso si è fatta aiutare anche da una psicoterapeuta?
«Credo sia fondamentale chiedere aiuto quando ci si trova in difficoltà e non si riesce a trovare un appiglio. Mi sono fatta accompagnare da una psicoterapeuta e ho capito quanto sia importante affidarsi a qualcuno. Il vero coraggio non è fuggire, ma restare, aprire gli occhi e affrontare quello che accade. Restare significa anche prendersi cura di sé: guardarsi allo specchio, vestirsi con cura, truccarsi, concedersi piccoli gesti che prima magari sembravano banali. Ho imparato a convivere con la paura e la rabbia, accettando che ci fossero giorni più difficili di altri. A volte, dopo un incontro di psicoterapia, mi sentivo più forte, altre volte tutto sembrava pesare il doppio».
Spesso alle donne che affrontano un tumore si chiede di essere guerriere. È una definizione in cui si riconosce?
«Non volevo sentirmi obbligata a essere sempre una guerriera, ho capito che la forza non consiste nel controllare tutto o nel non cedere mai. A volte bisogna lasciarsi andare, fermarsi, restare in silenzio e accettare la propria fragilità. Per me è stato un gesto rivoluzionario. Siamo abituati a pensare che essere forti significhi non mostrare le proprie debolezze, ma non è così. Ci sono momenti in cui ci si sente capaci di affrontare tutto e altri in cui si ha bisogno di fermarsi, ho imparato che anche riconoscersi fragili può essere una forma di forza».
Come è arrivata alle Pink Ambassador della Fondazione Umberto Veronesi?
«Una mia amica aveva letto un articolo della Fondazione e mi telefonò dicendomi: “Leggilo, è per te”. Risposi all’invito a partecipare al progetto che coinvolgeva donne nella preparazione alla maratona di New York. Dopo la diagnosi mi dissi che avevo due possibilità: soccombere oppure reagire, e farlo insieme ad altre donne. Ho trovato persone con storie diverse, ma con il desiderio comune di potersi raccontare liberamente, quando non hai vissuto la malattia, anche se sei un familiare o un amico, non sempre riesci a comprendere fino in fondo quello che l’altra persona sta provando. Con altre donne che hanno attraversato un’esperienza simile, invece, ho trovato uno spazio in cui sentirmi ascoltata davvero».
La maratona di New York è stata una sfida anche fisica. Come vi siete preparate?
«Ci allenavamo al Parco Sempione, a Milano, due volte alla settimana. Il coach ci assegnava anche un allenamento più lungo nel fine settimana, con molti più chilometri da percorrere. L’obiettivo era arrivare preparate alla maratona: 42 chilometri, che non sono certo uno scherzo. Le difficoltà sono state tante, ma non era soltanto una questione di corsa, era un percorso da fare insieme, nel quale ciascuna poteva trovare sostegno nelle altre. Il valore del progetto stava anche in questo: allenarsi, condividere le fatiche e scoprire che non si doveva affrontare tutto da sole».
Che cosa le hanno insegnato le storie delle altre Pink Ambassador?
«Ho conosciuto tante donne, ognuna con una storia diversa e con difficoltà che dall’esterno spesso non si possono nemmeno immaginare. Ascoltarle mi ha fatto capire ancora di più quanto siano importanti la solidarietà, l’ascolto e il sostegno reciproco, nel gruppo abbiamo vissuto esperienze molto diverse: una compagna è diventata mamma di due gemelli poco dopo la maratona, altre hanno dovuto affrontare una recidiva e alcune, purtroppo, non sono riuscite a proseguire il loro cammino e ci hanno lasciate. Sono storie che ti segnano e ti fanno comprendere quanto ogni percorso sia unico, tra i ricordi più belli c’è il momento in cui ho annunciato al gruppo che ero diventata nonna. È stata una gioia immensa: significava vedere realizzarsi un sogno che custodivo da tempo».

Oggi che cosa significa per lei essere Pink Ambassador?
«Per me è fondamentale raccogliere fondi per la ricerca sui tumori femminili e parlare di prevenzione. Se sono arrivata fin qui, è anche grazie alla ricerca, vorrei restituire, nel mio piccolo, ciò che la vita mi ha regalato: il tempo. Quando hai vissuto personalmente la malattia, capisci ancora di più quanto siano importanti la ricerca scientifica, la prevenzione e la possibilità di ricevere informazioni corrette. Credo anche che raccontare la propria esperienza possa contribuire a ridurre le paure e le difficoltà di chi sta affrontando la malattia. Sapere che altre persone hanno attraversato momenti simili può aiutare a sentirsi meno sole. Per questo continuo a raccontarmi: se la mia storia può essere utile anche a una sola persona, per me ha già un significato».



