Conoscere il proprio corpo, imparare ad ascoltarlo e soprattutto non rimandare i controlli. Per il tumore della mammella la prevenzione continua a essere uno degli strumenti più importanti. Mammografia, ecografia, autopalpazione e programmi di screening permettono di intercettare eventuali anomalie e, quando viene diagnosticato un tumore, di intervenire sempre più spesso in una fase iniziale della malattia. Ma la prevenzione non ha un'età precisa, anche quando una donna esce dai programmi organizzati di screening, è importante continuare a sottoporsi ai controlli. E poi c'è la paura, quella che ancora oggi può portare alcune donne a rimandare una visita o una mammografia. Ne abbiamo parlato con Anna Bianchi, chirurga della Breast unit degli Spedali Civili di Brescia, ospite di «Obiettivo salute».
Dottoressa Bianchi, partiamo dalla prevenzione: qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare alle donne?
Prendersi cura di sé stesse e della propria salute, imparare a conoscere il proprio seno e non rimandare i controlli. L'autopalpazione può essere utile per conoscere il proprio corpo, ma deve essere affiancata agli esami strumentali indicati, quindi mammografia ed ecografia e soprattutto è importante aderire ai programmi di screening.
Quando una donna entra nel programma di screening sa di avere un appuntamento che non dovrebbe saltare. Ma cosa succede quando esce da quella fascia di età?
È importante continuare a fare i controlli anche quando non si viene più chiamate dai programmi di screening. Le curve di incidenza del tumore della mammella continuano infatti a crescere, anche se lentamente, con l'aumentare dell'età. Il fatto di non ricevere più una chiamata non significa quindi che non sia più necessario controllarsi.

C'è poi un altro ostacolo: la paura. Alcune donne rimandano proprio perché hanno paura di quello che potrebbe emergere da una mammografia o da una visita.
La paura è comprensibile, ma non deve diventare un motivo per rimandare, è importante non aspettare che il corpo mandi dei segnali. Se ci fosse un tumore, diagnosticarlo in una fase iniziale significa molto spesso poter utilizzare terapie meno pesanti e ottenere risultati migliori. Il messaggio, quindi, è quello non aspettare di avere un sintomo per fare prevenzione.
Immaginiamo però che quel controllo porti effettivamente a una diagnosi. Che cosa succede alla donna da quel momento?
La diagnosi di un tumore alla mammella è sicuramente un duro colpo, per la donna e per tutta la famiglia, ci sono la paura, le domande, la necessità di comunicare quello che sta succedendo ai propri figli, al compagno, ai genitori. In quel momento anche noi medici abbiamo un ruolo importante nella comunicazione: dobbiamo cercare di spiegare con chiarezza cosa sta accadendo e quali saranno i passaggi successivi.
E la paziente non viene lasciata sola.
Assolutamente no, in una Breast unit la paziente incontra diversi specialisti, ma questo non significa essere lasciata sola o dover ricominciare ogni volta a raccontare la propria storia. Gli specialisti si confrontano sul singolo caso e condividono le informazioni, in questo percorso è fondamentale anche la figura dell'infermiera di senologia, che accompagna la donna nei diversi passaggi e rappresenta un punto di riferimento durante le cure.
Quando una donna sente parlare di intervento chirurgico, spesso pensa immediatamente alla mastectomia. È sempre necessario asportare tutta la mammella?
No, assolutamente. La necessità di una mastectomia non dipende semplicemente dalla gravità della malattia, la biologia del tumore è un'altra cosa. La scelta chirurgica dipende da diversi fattori e uno degli elementi più importanti è il rapporto tra il volume della mammella e quello del tumore, oltre naturalmente alla sua localizzazione e alla sua estensione. In molti casi è quindi possibile eseguire una chirurgia conservativa.
Quindi la posizione e le dimensioni del tumore possono fare la differenza?
Sì, dobbiamo valutare attentamente ogni singolo caso. L'obiettivo è ottenere il miglior risultato oncologico possibile cercando, quando indicato, di conservare la mammella. Quando invece la mastectomia è necessaria, nella maggior parte dei casi possiamo associare una ricostruzione immediata, così che la paziente possa uscire dalla sala operatoria già ricostruita.
E la decisione non viene presa soltanto dal medico?
No, ogni decisione viene condivisa con la paziente. È fondamentale spiegare le diverse possibilità, i vantaggi e i limiti di ciascuna soluzione e arrivare insieme alla scelta del percorso più appropriato.
Quanto è importante che il chirurgo lavori insieme agli altri specialisti?
È fondamentale, oggi nessun singolo specialista può prendere da solo tutte le decisioni relative alla cura di una paziente con tumore della mammella. Per questo sono così importanti le riunioni multidisciplinari, nelle quali chirurgo, oncologo, radiologo, anatomopatologo, radioterapista e gli altri specialisti coinvolti si confrontano sul singolo caso e decidono insieme il percorso terapeutico.
E quanto può incidere concretamente questo lavoro di squadra?
Gli studi scientifici hanno dimostrato che le pazienti valutate e curate in strutture nelle quali vengono svolte riunioni multidisciplinari hanno una riduzione della mortalità del 18%. È un dato che spiega molto bene quanto sia importante mettere la paziente al centro e far lavorare insieme tutte le competenze.
C'è una domanda che molte donne si fanno: il dolore al seno deve preoccuparci?
Il dolore al seno, nella grande maggioranza dei casi, non è un segno di malattia tumorale. Naturalmente in medicina è difficile utilizzare la parola «mai», quindi davanti a un disturbo persistente o a qualcosa che cambia è sempre corretto parlarne con il proprio medico. Ma il dolore, da solo, non deve essere considerato un campanello d'allarme tipico del tumore della mammella.
E allora, dottoressa Bianchi, qual è la cosa più importante che una donna dovrebbe ricordare quando entra in questo percorso?
Che non è sola, è vero, in una Breast unit può incontrare diversi specialisti e può avere la sensazione di passare da un medico all'altro. Ma dietro questo percorso c'è un'équipe che si confronta, conosce la sua storia e lavora insieme per lei. E c'è l'infermiera di senologia, che accompagna la paziente nei diversi momenti della diagnosi e delle cure. La donna deve sapere che tutti noi stiamo lavorando sul suo caso e che il suo percorso è condiviso.



