Curare il tumore, ma cercando di lasciare sul corpo il segno più piccolo possibile. È una delle direzioni verso cui è andata negli ultimi anni la chirurgia del tumore alla mammella, se un tempo l’intervento era inevitabilmente associato a cicatrici e a un forte impatto sull’immagine del corpo, oggi la ricerca e la formazione dei chirurghi stanno aprendo nuove possibilità. Anche la chirurgia senologica è diventata più precisa, personalizzata e, quando le condizioni della paziente lo consentono, meno invasiva. È il caso delle tecniche endoscopiche e mininvasive, che permettono in pazienti selezionate di raggiungere la mammella attraverso piccole incisioni posizionate, per esempio, a livello ascellare o sulla parete toracica, evitando di incidere direttamente il seno. Una possibilità che non nasce soltanto dalla tecnologia, ma da un lungo percorso di formazione e ricerca.
Alla Breast Unit dell’Ospedale di Gardone Valtrompia queste tecniche sono state introdotte dopo un percorso iniziato nel 2022 e proseguito anche all’estero, fino alla formazione in un centro di riferimento a Taiwan. Ne abbiamo parlato con Matteo Cavalleri, chirurgo della Breast Unit dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, Asst Spedali Civili di Brescia, ospite di Obiettivo Salute.
Dottor Cavalleri, quanto è cambiata negli ultimi anni la chirurgia del tumore alla mammella?
È cambiata molto, oggi, quando dobbiamo operare una donna con un tumore al seno, l’obiettivo non è soltanto quello di garantire il miglior risultato dal punto di vista oncologico, ma anche di ridurre il più possibile l’impatto dell’intervento sul corpo. Questo significa, quando le condizioni lo permettono, cercare di essere sempre più conservativi e meno invasivi.
Che cosa significa concretamente chirurgia mini-invasiva della mammella?
Significa poter eseguire alcuni interventi attraverso incisioni molto piccole e, soprattutto, in posizioni che non interessano direttamente la superficie del seno. Utilizziamo una telecamera e strumenti chirurgici mininvasivi, simili a quelli impiegati nella chirurgia laparoscopica. In questo modo possiamo raggiungere la mammella attraverso una piccola incisione praticata, per esempio, a livello ascellare o sulla parete toracica laterale.
Quindi si può intervenire sul seno senza lasciare una cicatrice direttamente sulla mammella?
In alcuni casi sì, è proprio uno degli aspetti più interessanti di queste tecniche. L’obiettivo è eseguire l’intervento oncologicamente necessario, ma riducendo al minimo l’impatto visibile. Naturalmente non tutte le pazienti sono candidate a questo tipo di chirurgia: la scelta deve essere fatta caso per caso, sulla base della malattia, delle caratteristiche della paziente e delle indicazioni oncologiche.

Sono tecniche che arrivano soprattutto dall’Oriente?
Hanno avuto uno sviluppo importante soprattutto in Asia, in particolare in Giappone e Taiwan, negli ultimi anni si stanno diffondendo anche in Europa e in Italia. È una chirurgia che richiede una formazione specifica e un percorso di apprendimento importante.
Come vi siete formati?
Il nostro percorso è iniziato nel 2022, con un'attività progressiva di aggiornamento e formazione, nel 2023 ho avuto la possibilità di trascorrere un mese a Taiwan, in un centro di riferimento per queste tecniche. Successivamente abbiamo continuato con corsi e congressi internazionali, periodi di osservazione in centri con esperienza specifica e training pratici, compresi i “cadaver lab” dedicati alla chirurgia mammaria mini-invasiva.
Da quando queste tecniche sono entrate nella vostra pratica clinica?
Dal 2025, all’interno della Breast Unit, possiamo proporle a pazienti accuratamente selezionate, sia nell’ambito della mastectomia sia della chirurgia conservativa.
Partiamo dalla mastectomia. Che cosa è possibile fare oggi?
È attualmente una delle applicazioni più diffuse, in pazienti selezionate possiamo asportare la ghiandola mammaria attraverso un’incisione di circa 3,5-5 centimetri, generalmente posizionata lateralmente sulla parete toracica o a livello ascellare. Quando dal punto di vista oncologico è possibile, possiamo preservare la cute e anche il complesso areola-capezzolo. Nello stesso intervento può inoltre essere eseguita la ricostruzione immediata da parte del chirurgo plastico.

E per la chirurgia conservativa, quella in cui si asporta il tumore mantenendo la mammella?
Anche in questo caso possiamo utilizzare un approccio mininvasivo attraverso una piccola incisione ascellare, di circa 3,5 centimetri, possiamo eseguire la biopsia del linfonodo sentinella e, attraverso la tecnica endoscopica, raggiungere la sede del tumore e asportarlo senza lasciare cicatrici chirurgiche sulla superficie della mammella.
È facile immaginare che per una donna questo aspetto possa avere un peso importante. Quanto conta oggi anche il risultato estetico?
Conta, ma sempre dopo l’obiettivo oncologico, la priorità resta curare il tumore nel modo più appropriato. Quando però possiamo ottenere lo stesso risultato oncologico riducendo l’impatto dell’intervento, è giusto farlo. La qualità di vita e l’immagine corporea sono aspetti importanti del percorso di cura e dobbiamo tenerne conto.
Quindi non significa semplicemente «fare un taglio più piccolo».
Esatto, la mini-invasività non è soltanto una questione estetica, richiede una selezione accurata delle pazienti, una formazione specifica e una valutazione multidisciplinare. È un approccio che deve inserirsi all’interno di un percorso oncologico completo.
A proposito di percorso: anche su queste nuove tecniche state facendo ricerca?
Sì, stiamo raccogliendo e analizzando i risultati della nostra attività e collaborando con altri centri italiani ed europei che stanno studiando queste tecniche. È importante introdurre l’innovazione nella pratica clinica, ma altrettanto importante valutarla con rigore, per capire in quali pazienti possa offrire i maggiori benefici e quali siano i risultati nel tempo.
Qual è allora la direzione verso cui sta andando la chirurgia del tumore alla mammella?
Verso una chirurgia sempre più personalizzata, non esiste un intervento uguale per tutte le donne. Abbiamo oggi strumenti e tecniche che ci permettono di scegliere, caso per caso, la soluzione più appropriata. L'innovazione non significa necessariamente fare di più, ma trovare il modo migliore per curare una paziente, cercando quando possibile di ridurre l'invasività dell'intervento.
E questo forse è anche il cambiamento più importante: curare il tumore, ma prendersi cura della donna.
Esattamente, l’obiettivo è questo: garantire la sicurezza oncologica e, allo stesso tempo, cercare di rendere il percorso chirurgico il meno traumatico possibile. La ricerca e la formazione ci permettono di ampliare progressivamente le possibilità che possiamo offrire alle nostre pazienti.



