«Dottore, credo di essere dislessico. Ho visto dei reel online e ho fatto anche un test». Al Centro Dsa adulti degli Spedali Civili frasi come queste si sentono ripetere sempre più spesso. I social hanno acceso i riflettori sui Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), aiutando molti giovani a dare un nome alle proprie difficoltà. Ma hanno aperto anche la strada alle autodiagnosi. A osservare il fenomeno da vicino è il professor Luca Rozzini, direttore del Centro, responsabile della Neurologia territoriale cognitivo comportamentale dell’Asst e docente all’Università di Brescia.

Professor Rozzini, il Centro è attivo dall’aprile 2025. Quante persone avete visto finora?
Abbiamo registrato 220 accessi. Effettuiamo visite neurologiche per sospetto Dsa o per la ricertificazione.
Qual è l’identikit di chi arriva da voi?
Sono soprattutto giovani tra i 18 e i 24 anni, in prevalenza ragazze, con un rendimento scolastico sufficiente o scarso. Nell’80% dei casi hanno bisogno di una certificazione o di una ricertificazione per proseguire il percorso all’Università.
Come si arriva a una diagnosi?
Partiamo da una valutazione cognitiva globale. Se la persona supera un determinato punteggio, approfondiamo per capire quale tipo di disturbo sia presente. Se invece non raggiunge quella soglia significa che c’è una fragilità. In entrambi i casi la scuola deve predisporre un percorso personalizzato.
Le diagnosi di Dsa sono aumentate. Abbiamo più disturbi o siamo diventati più bravi a riconoscerli?
È difficile pensare che all’improvviso i cervelli dei ragazzi siano diventati così diversi da quelli delle generazioni precedenti. È cambiato soprattutto il nostro modo di guardarli. Molti giovani che un tempo avrebbero attraversato la scuola pensando semplicemente di essere meno capaci oggi possono capire perché leggere richieda loro uno sforzo enorme, perché scrivere sotto pressione sia difficile o perché mantenere l’attenzione sia così faticoso. Riconoscere una difficoltà significa anche sottrarla al giudizio morale: non più «pigro» o «incapace», ma una persona con un particolare profilo di funzionamento.
Questa maggiore attenzione può avere anche un rovescio della medaglia?
Sì, il rischio è quello di sovrastimare il fenomeno. Lo vediamo, per esempio, con gli studenti stranieri. A Brescia ce ne sono molti che devono fare i conti con due lingue: quella madre, con cui sono cresciuti, e l’italiano appreso a scuola. Una difficoltà linguistica può far nascere il sospetto di un disturbo specifico dell’apprendimento anche quando il problema è un altro.
E poi ci sono social e test online. Quanto incidono?
Molto. In rete si possono fare test e vengono persino rilasciate diagnosi validate di Dsa, che poi le scuole accettano. Capita spesso che qualcuno venga da noi per una seconda opinione dopo una diagnosi ricevuta online.
Che cosa si perde quando la valutazione avviene dietro uno schermo?
La persona nella sua interezza. Noi facciamo una valutazione cognitiva globale e durante una visita non parlano soltanto le parole. Conta se il paziente arriva da solo o accompagnato, conta il modo in cui si presenta. E possono emergere elementi che vanno ben oltre il sospetto Dsa: può capitare, per esempio, che visitando una ragazza scopriamo che si procura dei tagli sul corpo.
Quindi parlare di Dsa sui social è un bene o un male?
È un bene, perché contribuisce a creare consapevolezza tra i giovani. Ma bisogna conoscere i limiti e i rischi dello strumento. Informarsi è una cosa, arrivare a una diagnosi è un’altra.
Che effetto fa ricevere finalmente una diagnosi?
Spesso è una liberazione. La persona capisce il motivo delle difficoltà che ha incontrato e trova una risposta a domande che magari si porta dietro da anni. Il Dsa non è una patologia, ma una condizione. Anche i genitori, in genere, sono sollevati. E tra i ragazzi non viene vissuto come uno stigma.
Le capita anche di mettere in dubbio una diagnosi precedente?
Mi capita di visitare persone che risultano compensate e a volte mi chiedo se la valutazione precedente sia stata abbastanza accurata. Una volta ricevuta, però, la diagnosi non può essere tolta.
Gli stranieri quanto pesano sugli accessi?
Il 30% degli utenti è bilingue.
Chi decide di bussare alla vostra porta?
Nel 50% dei casi è la scuola a indirizzare la persona da noi. Nel 20% è il diretto interessato, perché avverte una difficoltà. Nella parte restante ci sono anche ragazzi che hanno visto contenuti sui social e si sono riconosciuti in una determinata condizione.
E per ottenere una visita quanto bisogna aspettare?
Poco, generalmente una decina di giorni.
Come si prenota?
Si può contattare il nostro Cup allo 030.3334070. Se il centralino per qualche ragione non fosse raggiungibile suggeriamo di scrivere un'email a neurologia.cognitivo.comportamentale@asst-spedalicivili.it lasciando il numero di telefono per essere ricontattati.




