Per la Lega è arrivato il momento dei «vorrei ma non posso». Il primo è quello di chi avverte da qualche tempo un certo disagio verso la gestione salviniana che ha condotto il partito prima alla svolta sovranista, poi ad alcune sconfitte elettorali e infine alla «cannibalizzazione» di voti da parte dell’ex vicesegretario Vannacci. A imputare questa catena di sventure ed errori al vicepremier sono soprattutto i presidenti di regione del Carroccio, in particolare il lombardo Fontana e l’ex Zaia, ma c’è anche una fetta di dirigenti e quadri locali che vorrebbe una svolta.
Che poi il cambiamento passi per un’associazione culturale (lo stesso cavallo di Troia usato a suo tempo da Vannacci per crearsi uno spazio nel partito) o per una diversa strutturazione politica sul territorio (con una Lega del Nord e una Lega del centrosud federate) è tutto da stabilire. Chi desidera cambiare, però, sa che il suo «vorrei ma non posso» è rappresentato dalla mancanza di un candidato alternativo a Salvini da mettere in campo subito per rovesciare rapidamente la situazione.
Ma soprattutto dall’assenza dei presupposti per un mutamento interno che non passi per una scissione (che nessuno vuole). Poi c’è il «vorrei ma non posso» di Salvini. La Meloni gli ha palesemente rifiutato il ritorno al Viminale (cioè l’unico mezzo che il leader leghista avrebbe avuto per recuperare voti) anche se gli concederà qualcosa sul piano programmatico (non abbastanza, però, per produrre risultati concreti nell'elettorato e nella Lega).
La fronda interna non lo può detronizzare, ma il vicepremier sa che una sconfitta elettorale alle politiche del prossimo anno potrebbe essergli fatale: non dimentichiamo, infatti, che fra i partiti della coalizione di governo FdI, FI e persino Noi moderati tengono le posizioni del 2022, mentre è la Lega ad essere in difficoltà (non si osa immaginare l’ira della Meloni se il 42% non fosse raggiunto o se addirittura vincesse il «campo largo», a causa di una flessione del Carroccio). Recuperare consensi è l’unico modo per evitare il peggio, ma – nonostante Salvini faccia di tutto per riuscirci – i risultati non arrivano, anzi i sondaggi sono pessimi (mentre Vannacci prospera).

Poi c’è il terzo «vorrei, ma non posso». Proprio perché la Lega si sta indebolendo molto sul piano elettorale, la Meloni dovrebbe – teoricamente – imbarcare Futuro nazionale nella coalizione per il 2027, ma non può farlo, perché il prezzo sarebbe altissimo: 1) dare probabilmente un vicepremierato anche a Vannacci; 2) subire le incursioni che di certo i «futuristi» non risparmierebbero al governo, soprattutto in politica estera; 3) vedere Forza Italia e Fn duellare in continuazione, con entrambi i partiti decisivi per tenere in piedi l’eventuale Meloni-bis del 2027; 4) assistere verosimilmente ad un «redde rationem» nella Lega che potrebbe far saltare l’Esecutivo (del resto, se si cambiasse linea e dirigenza tornando allo spirito di Bossi, si dovrebbe rispolverare la frase «mai con i fascisti», che certo creerebbe più di qualche frizione con i futuristi). Insomma, i problemi nella Lega e della Lega sono anche i problemi dei futuri assetti del destracentro che possono produrre riflessi, in occasione del voto del 2027, sull’intero quadro politico.




