Referendum sulla giustizia, la prima sconfitta di Meloni premier

Il referendum sulla giustizia segna, senza ambiguità, la prima vera battuta d’arresto di Giorgia Meloni da quando è diventata presidente del Consiglio.
La sconfitta è stata frutto di una serie di errori più o meno grossolani, legati all’hybris di una destra che dal voto del 2022 ha avuto praterie di consenso.
Il primo errore è stato quello di non aver coinvolto in nessun modo il Parlamento, ma soprattutto le opposizioni, nell’iter legislativo della riforma. Venuta meno l’approvazione del premierato e dell’autonomia differenziata, la premier avrebbe dovuto provare a cercare le opposizioni per trovare un’intesa sulla giustizia. Ma il consenso personale che Meloni ha sempre mantenuto in questi anni sommato alla percezione di un centrodestra dominante nel Paese hanno fatto scartare l’ipotesi di una riforma bipartisan. Al contempo la premier e il suo entourage si erano inizialmente illusi di poter evitare la politicizzazione del voto e di limitarsi a sfruttare il capitale politico. Pia illusione nel momento in cui si va a toccare la Carta costituzionale: lo è stato nel 2006 con la riforma Berlusconi e nel 2016 con la riforma Renzi. Lo scenario si è replicato anche questa volta con Meloni.
Questo spiega anche l’affluenza massiccia con cui gli italiani si sono recati alle urne: partecipazione figlia di una polarizzazione che un referendum costituzionale ingenera nell’elettorato ancor più che nel caso dei quesiti abrogativi. La campagna referendaria è stata senza esclusione di colpi, ma è inutile fare le anime belle: non poteva essere altrimenti soprattutto se si toccano articoli della Costituzione. Ancor più se sorge il legittimo sospetto che la riforma sia il risultato di un corpo a corpo tra potere esecutivo e giudiziario che ormai si trascina da almeno trent’anni.
Ora scomodando Montesquieu, la base dello Stato moderno è quella della separazione e del bilanciamento dei poteri che dovrebbe garantire la faculté d’empêcher (la facoltà di prevenire). Quindi in una democrazia matura non ci può essere la tracimazione di un potere sull’altro. La riforma del Csm è stata percepita come una possibile prevaricazione dell’esecutivo sul giudiziario, quasi fosse una resa dei conti. Questo certo ha scaldato gli animi molto più del previsto. E nel momento in cui, probabilmente sondaggi alla mano, la maggioranza si è resa conto di essere indietro, allora Meloni si è vista costretta a scendere in campo. Ma mancavano due settimane al voto e fino a quel momento la campagna referendaria era stata guidata da Nordio o peggio dalla sua capo di gabinetto Giusy Bartolozzi. A quel punto la premier ha agito in maniera scomposta e con dichiarazioni da harakiri in caso di vittoria del No: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza».
Meloni, che è un’abile politica, avrà tempo di riflettere sulla sconfitta e sarà interessante vedere come si muoverà con gli alleati e in questo ultimo scorcio di Legislatura.
Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) March 23, 2026
Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia. pic.twitter.com/KCBf19hO8d
Ora il campo opposto. Il Pd di Elly Schlein (che ha fatto il suo dovere di leader dell’opposizione) può serenamente intestarsi la vittoria e ora dalle parti del centrosinistra si inizia già a ragionare sulla strategia per poter battere il centrodestra alle prossime Politiche. Il leader del M5s Giuseppe Conte ha già archiviato la vittoria referendaria e rilanciato l’idea di primarie per la guida del campo largo. Operazione pericolosa, ancor più se Meloni dovesse portare a termine l’unica riforma ora realizzabile, ovvero la legge elettorale con la possibilità di indicare sulla scheda elettorale il candidato premier. Il Pd dovrà resistere alla tentazione di farsi del male e porsi convintamente alla guida del centrosinistra senza troppi compromessi e senza il «tafazzismo» dem. Un modello che dalla Francia suggerisce una possibile strada è quello emerso domenica nelle grandi città, dove i socialisti hanno vinto senza alleanze con la sinistra populista di France Insoumise di Mélenchon. Quindi Schlein rifletta bene prima di stringersi in un abbraccio mortale con il M5s.

Più in generale il centrosinistra se vuole essere alternativo all’attuale maggioranza di governo deve scegliere una serie di battaglie chiare ed uscire dalle ambiguità sui grandi temi di questa fase storica, a partire dal posizionamento dell’Italia nella politica internazionale (il Pd non può permettersi di esprimere tre posizioni differenti in Europa).
Ma una considerazione conclusiva lo merita lo stato di salute della nostra democrazia che ha dimostrato di essere viva (lo dice chiaramente la partecipazione) e di essere reattiva anche di fronte a riforme mal congegnate e che potrebbero mettere in discussione lo stato di diritto. Vero argine tra le democrazie liberali e modelli decisamente più imperfetti e più disagevoli per i cittadini.
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