Il centrodestra, si sa, in vista di elezioni, riesce di norma a a mostrarsi (e anche ad essere) unito in nome dell’interesse comune. Le dure lotte tra personalità, correnti e partiti che pure lo travagliano riescono a non sfociare in un rito cannibalesco come accade invece nel centrosinistra che nel corso della sua storia più volte ha imitato il misterioso suicidio delle balene che, ad un certo punto e senza una ragione apparente, vanno tutte insieme a morire spiaggiate. No, su questo la coalizione inventata, messa in piedi e governata da Silvio Berlusconi, anche in sua assenza mantiene questa capacità che corrisponde ad un obiettivo vantaggio competitivo sugli avversari, adusi a farsi del male da soli, godendone, chissà perché.
Sta accadendo così anche nella telenovela delle candidature regionali. Per mesi abbiamo seguito le contorsioni di leghisti e Fratelli d’Italia sul Veneto, su Zaia e il sogno impossibile del terzo (quarto in realtà) mandato, e su Meloni che pretendeva il «riequilibrio territoriale» in nome del proprio patrimonio elettorale, e su Salvini che non mollava. Ogni tanto la disputa toccava la Lombardia, ma lì il voto era troppo lontano, addirittura nel 2028, per entrare in gioco. E invece, alla fine il compromesso si è trovato proprio mettendo insieme le due Regioni: il Veneto va alla Lega (il candidato presidente sarà Alberto Stefani, che di Zaia era il vice) e la Lombardia «a chi avrà più consenso prima delle elezioni» come dice Salvini, e cioè a Fratelli d’Italia che di voti ne ha il doppio dei suoi alleati messi insieme. Questo è dunque l’accordo raggiunto l’altra sera a margine del Consiglio dei Ministri.




