Opinioni

Il centrodestra e l’arte di trovare la quadra

Il lato più friabile è proprio quello lombardo-veneto della Lega: lì si va a toccare l’origine, le radici, l’«identità»
Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il centrodestra, si sa, in vista di elezioni, riesce di norma a a mostrarsi (e anche ad essere) unito in nome dell’interesse comune. Le dure lotte tra personalità, correnti e partiti che pure lo travagliano riescono a non sfociare in un rito cannibalesco come accade invece nel centrosinistra che nel corso della sua storia più volte ha imitato il misterioso suicidio delle balene che, ad un certo punto e senza una ragione apparente, vanno tutte insieme a morire spiaggiate. No, su questo la coalizione inventata, messa in piedi e governata da Silvio Berlusconi, anche in sua assenza mantiene questa capacità che corrisponde ad un obiettivo vantaggio competitivo sugli avversari, adusi a farsi del male da soli, godendone, chissà perché.

Sta accadendo così anche nella telenovela delle candidature regionali. Per mesi abbiamo seguito le contorsioni di leghisti e Fratelli d’Italia sul Veneto, su Zaia e il sogno impossibile del terzo (quarto in realtà) mandato, e su Meloni che pretendeva il «riequilibrio territoriale» in nome del proprio patrimonio elettorale, e su Salvini che non mollava. Ogni tanto la disputa toccava la Lombardia, ma lì il voto era troppo lontano, addirittura nel 2028, per entrare in gioco. E invece, alla fine il compromesso si è trovato proprio mettendo insieme le due Regioni: il Veneto va alla Lega (il candidato presidente sarà Alberto Stefani, che di Zaia era il vice) e la Lombardia «a chi avrà più consenso prima delle elezioni» come dice Salvini, e cioè a Fratelli d’Italia che di voti ne ha il doppio dei suoi alleati messi insieme. Questo è dunque l’accordo raggiunto l’altra sera a margine del Consiglio dei Ministri.

Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti - © www.giornaledibrescia.it
Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti - © www.giornaledibrescia.it

Non tutto è deciso, sia chiaro: per esempio cosa farà Zaia - pare che il suo nome sul simbolo non ci sarà e nemmeno una sua lista civica e forse neanche un posto da capolista, vedremo - e nemmeno come si potrà tacitare il capo della Lega lombarda, Romeo, che non ne vuol neanche parlare di una cessione della poltrona oggi occupata da Attilio Fontana ad un meloniano (si parla di Ettore Prandini, bresciano di Leno e capo della Coldiretti, nelle vesti di civico). Anzi il progetto prevederebbe, ma è tutto da verificare, un anticipo delle elezioni lombarde al 2027 in modo tale da abbinarle alle politiche.

Salvini e Meloni questo hanno stabilito facendo quadrato, e se non c’è da dubitare sulla compattezza di FdI, il lato più friabile è proprio quello lombardo-veneto della Lega: lì si va a toccare l’origine, le radici, l’«identità» per dirla con Romeo, e si capisce che può far male che il capo abbia ceduto a Giorgia. Ma come non ricordare i diciotto anni della presidenza di Roberto Formigoni, che leghista certo non era? In ogni caso, vedrete che alla fine le acque si calmeranno e non ci sarà un telegiornale costretto a parlare suo malgrado di lotte e divisioni del centrodestra.

Se poi il generale-fratello d’Italia Edmondo Cirielli espugnerà il feudo campano di De Luca battendo il grillino Fico, si brinderà in letizia. Poi potremo tornare con calma a discorrere della guerriglia da Viet Cong che Salvini fa a Meloni, della gara tra Lega e Forza Italia per il secondo posto, del progetto di riforma elettorale di FdI che taglia le gambe ai più deboli, ecc. ecc.

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