Per discutere con Andrea Curcio, il Pd si è riunito senza Andrea Curcio. E dopo quasi tre ore di confronto ha deciso che bisognerà incontrare Andrea Curcio. Non è una barzelletta sulla politica bresciana, ma il risultato della riunione del gruppo consiliare democratico, convocata stasera dalle 18 e conclusa alle 20.45. All’ordine del giorno una formula che lasciava poco spazio all’immaginazione: «Richiesta di confronto con il consigliere Andrea Curcio e conseguenti valutazioni». Le valutazioni, alla fine, sono arrivate. Le conseguenze, per ora, possono aspettare.
La decisione
Nessuna espulsione, nessuna sospensione, nessuna resa dei conti. I dem hanno affidato al capogruppo Roberto Omodei il mandato di cercare un chiarimento con il consigliere, invitandolo a tornare a frequentare con continuità le riunioni del Pd e della maggioranza. Non per rinunciare alle proprie posizioni, ma per portarle anzitutto nei luoghi in cui si discutono le scelte comuni. Il messaggio è netto: il dissenso è legittimo, gli attacchi pubblici ai colleghi non possono diventare la regola. Prima di litigare fuori, sarebbe preferibile discutere dentro.
La riunione
Il confronto, almeno stavolta, non è mancato. Sono intervenuti tutti i presenti, consiglieri e assessori. E nonostante le irritazioni manifestate negli ultimi mesi, nessuno ha chiesto provvedimenti disciplinari drastici (tradotto: la sospensione dal gruppo). Nemmeno tra i più insofferenti. Piuttosto, sono emerse sensibilità differenti: c’è chi ritiene che il gruppo debba fare uno sforzo per «recuperare Curcio» (neanche fosse un caso clinico, anziché un consigliere comunale) e chi considera indispensabile che sia lui a compiere il primo passo.
Nessuna divisione in fazioni, però, e un punto di convergenza: la porta resta aperta. Anche perché il valore delle sue osservazioni politiche non viene necessariamente messo in discussione. Curcio non interviene per il semplice gusto della polemica: le sue critiche sono spesso preparate, entrano nel merito delle questioni e possono contribuire a migliorare le scelte amministrative. Non significa che siano sempre condivise. Significa che non possono essere archiviate soltanto come intemperanze.
Il caso
Curcio, del resto, appartiene all’ala sinistra del Pd e non ha mai mostrato particolare interesse per la parte del mestiere che consiste nel sembrare sempre d’accordo. Negli ultimi mesi ha posto apertamente questioni sul funzionamento della maggioranza, sul ruolo delle Commissioni e sul rapporto tra Consiglio e Giunta. Il nuovo Pgt è uno degli esempi, ma non l’unico (era stato lo stesso per Campus edilizia e per il daspo). Ed è difficile sostenere che chiedere un maggiore coinvolgimento dei consiglieri nelle decisioni sia, di per sé, un problema politico. Semmai dovrebbe essere il contrario.

Il punto, per i colleghi, è un altro. Quelle questioni dovrebbero essere affrontate prima nelle riunioni del gruppo e della maggioranza, dove ciascuno può discutere, contestare e cercare una sintesi. Curcio, invece, ha progressivamente smesso di frequentare quegli appuntamenti, preferendo manifestare le proprie posizioni nelle sedi istituzionali o pubblicamente. E – questa la posizione di chi ritiene necessario un cambio di metodo – quando la critica assume toni sprezzanti verso altri esponenti della coalizione, il merito rischia di essere oscurato dal modo in cui viene espresso. Una richiesta di maggiore collegialità, insomma, che non può prescindere dalla disponibilità a praticarla.
Ma il ragionamento vale anche al contrario. Le riunioni interne non possono diventare il luogo in cui il dissenso viene semplicemente assorbito, né il richiamo alla compattezza può sostituire la discussione politica. Una Commissione consiliare resta una sede legittima per porre questioni, anche scomode, alla propria amministrazione. E il fatto che a farlo sia un consigliere di maggioranza non dovrebbe renderle meno degne di risposta. La distinzione tra critica e attacco personale, però, esiste. Ed è su quella che il Pd chiede a Curcio di misurarsi.
Ricucire
Omodei esce così dalla riunione con un mandato che è insieme politico e diplomatico. Dovrà cercare un nuovo incontro, provare a ricostruire un rapporto di fiducia e convincere Curcio a tornare al tavolo. Non un rientro formale, perché il consigliere non è mai uscito dal gruppo, ma un ritorno alla partecipazione effettiva. Operazione meno semplice di quanto sembri, perché non basta concordare una data per ritrovare un metodo condiviso.
Il Pd, dal canto suo, ha scelto di non alzare ulteriormente il livello dello scontro. Dopo quasi tre ore, il risultato non è un ultimatum ma un tentativo di ricucitura. La questione resta aperta, così come resta aperta la domanda su quanto spazio il gruppo sappia offrire alle posizioni non allineate. Curcio dovrà decidere se tornare a esercitare il proprio dissenso anche nei luoghi della mediazione. I colleghi, se ci riusciranno, dovranno dimostrare che quei luoghi servono davvero a discutere e non soltanto a contarsi.
Perché la disciplina di gruppo può regolare il modo in cui si manifesta un dissenso. Più difficile è pretendere che lo faccia sparire. Dopo due ore e quarantacinque minuti, il Pd ha stabilito come vorrebbe discutere con Curcio. Resta da vedere se riuscirà a discutere con lui.




