«Ciò che ci rende maggiormente orgogliosi è la sicurezza e la stabilità di cui gode il Marocco»: così, il 30 luglio scorso, in occasione della Festa del Trono, il re Mohammed VI annunciava alla nazione come lo Stato del Maghreb fosse «un attore credibile, rispettato e ascoltato». Eppure, nello stesso giorno, circa 50mila persone scappavano proprio da quella terra. Cos’era successo? Per capirlo è opportuno chiarire che il Marocco non è solo il Paese da cui i cittadini possono emigrare, è anche lo Stato che decide quando possono farlo, utilizzando di fatto i flussi migratori come leva geopolitica.

Crisi umanitaria
Quanto accaduto a Ceuta rappresenta certamente una crisi umanitaria, dietro cui si celano tuttavia forti tensioni. Proviamo ad analizzarne i possibili fattori scatenanti. In prima linea c’è da considerare una sentenza, emessa a inizio luglio, della Corte suprema spagnola che vieta le cosiddette «devoluciones en caliente», ossia i respingimenti immediati di chi arriva a nuoto a Ceuta e a Melilla.
Una notizia che si è presto diffusa sui social in Marocco, dove sono iniziati a circolare contenuti che spiegavano come raggiungere l’enclave spagnola. Un ruolo decisivo poi è stato svolto dal controllo, in apparenza insufficiente, delle autorità marocchine; non ci sono prove che Rabat abbia favorito i migranti, questo è palese, tuttavia la carenza della sorveglianza farebbe pensare il contrario.
Disegno geopolitico
Ma non è tutto. Anche la tempistica dell’accaduto, insieme all’entità improvvisa del flusso, gioca un ruolo chiave. E qui entriamo nell’aspetto geopolitico. Il 20 luglio, esattamente dieci giorni prima, il premier spagnolo Pedro Sánchez si è recato ad Algeri per rilanciare una nuova fase di relazioni bilaterali e riattivare un trattato di amicizia con l’Algeria, principale rivale regionale del Marocco e storico sostenitore del Fronte Polisario, (movimento politico e militare che lotta per l’indipendenza del popolo Saharawi, ndr). Coincidenza? Forse. Sicuramente però non si tratta del primo caso: già nel 2021 circa 8mila marocchini entrarono a Ceuta, favoriti dalle autorità di Rabat dopo che Madrid aveva accolto Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario , per cure mediche.
Infine non bisogna dimenticare il terzo attore che gioca questa partita: gli Stati Uniti di Trump, che proprio in occasione della Festa del Trono ha inviato un messaggio in cui palesava che «gli Usa avrebbero fatto progressi per risolvere il conflitto nel Sahara occidentale». La crisi di Ceuta può essere così letta in un’ottica di forti pressioni politiche nei confronti della Spagna. Nulla è dichiarato e certo, tuttavia molti dei fattori analizzati sembrano alimentare questo sospetto.
Perché sospendere Schengen è inutile
Intanto dall’Italia è arrivata la sospensione del trattato di Schengen con la Spagna, con la chiusura della frontiere marittime e aeree. Secondo il regolamento del trattato – che ricordiamo regola la libera circolazione all’interno dell'Europa – è infatti prevista la sospensione per 30 giorni in contesti di «minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna di uno Stato membro». Nulla di straordinario, visto che lo strumento è stato utilizzato più volte in passato anche da altri Stati membri dell’Ue.
La decisione in sé quindi rappresenta una scelta del tutto logica, se non fosse che Ceuta non si trova nel territorio europeo, bensì in quello africano, e che attualmente nel territorio europeo non c’è alcuna minaccia vera. E anche laddove questi migranti (di cui ormai più di 48mila sono già tornati in Marocco) volessero raggiungere l’Europa, sarebbe altamente improbabile, perché sprovvisiti di documenti.
La chiusura dello spazio Schengen quindi ha poco a che vedere con Ceuta e molto a che vedere con la politica italiana. In una situazione di crisi umanitaria la propaganda italiana, ancora una volta, ha messo i voti al primo posto.




