Culturale, sostenibile, innovativa e anche politica. Con un equilibrio tra radici profondamente africane e un’apertura verso l’Europa, e il mondo. È l’architettura contemporanea del Marocco: un Paese che attualmente sta vivendo una delle trasformazioni più profonde nella sua storia sul piano dell’innovazione, delle infrastrutture e dell’edilizia. A spiegarci bene qual è il quadro è Ali El Younoussi, architetto di 33 anni, che ha lavorato a lungo a Rabat e attualmente risiede a Casablanca.
El Younoussi, il Marocco vuole diventare un laboratorio dell’architettura del futuro del Mediterraneo e in Africa. Come ci sta riuscendo?
«In realtà il Marocco lo è da molto tempo. Casablanca è stata una delle prime città africane a essere urbanizzate in modo moderno. Di conseguenza la sua economia era molto più dinamica rispetto a quella di altre realtà africane e questo ha avuto un impatto diretto sulla costruzione, sull’edilizia e sullo sviluppo immobiliare».

«Oggi credo sia abbastanza evidente che il Marocco sia uno dei Paesi africani che cresce più rapidamente. Sono tantissimi i progetti realizzati: negli ultimi anni è stato completato il Grand Théâtre di Rabat, firmato da Zaha Hadid, mentre lo scorso aprile è stata inaugurata la Torre Mohammed VI. Attualmente è in fase di costruzione una stazione dell’alta velocità. E, entro il 2030, sarà realizzato il National Museum of Archaeology and Earth Sciences di Rabat, il più grande museo marocchino e tra i massimi hub culturali del continente. Insomma un’intera infrastruttura urbana che si trasforma».
Proprio Rabat viene descritta sempre più come una città futuristica. Cosa rende la capitale così speciale?
«Sicuramente il fatto di far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco. Rabat infatti conserva un patrimonio architettonico straordinario: l’architettura moresca, quella almohade, le mura storiche, i bastioni, la kasbah degli oudaya e molti altri monumenti. Inoltre non bisogna dimenticare che la città non è soltanto la capitale del Marocco, ma anche capitale della dinastia alawita. Per questo motivo gran parte dello sviluppo del Paese si concentra prima di tutto qui».

L’architettura come il calcio. Quanto incidono le politiche del re Mohammed VI nello sviluppo delle infrastrutture culturali? L’architettura è utilizzata anche come strumento politico?
«L’architettura, come il calcio, rappresenta da sempre uno strumento politico attraverso cui il potere manifesta la propria grandezza. Il tentativo del re Mohammed VI di dare un nuovo volto al Marocco passa in primis attraverso progetti architettonici e infrastrutturali vincenti. Quando un turista arriva qui, ad esempio in occasione della scorsa Coppa d’Africa o in vista dei prossimi Mondiali di calcio, il primo contatto che ha è proprio con gli spazi costruiti. Per questo motivo si cerca di trasmettere un’immagine di grandezza».

Un’immagine data certo anche dalla sua posizione geografica…
«Sicuramente. L’identità marocchina è profondamente plasmata dalla sua posizione geografica. Il Marocco si trova all’estremità dell’Africa, a soli 15 chilometri dall’Europa, affacciato sia sul Mediterraneo sia sull’Atlantico. Per questo motivo rappresenta da sempre un autentico crocevia di civiltà. L’architettura contemporanea marocchina cerca infatti di fondere la propria identità africana con le correnti architettoniche internazionali. E il suo tratto distintivo è proprio questo: l’equilibrio tra radici profondamente africane e un’apertura verso l’Europa, e il resto del mondo».
Tutto ciò si traduce in un’identità che punta alla grandezza e che si contraddistingue per la sua dualità afro-europea. Non è un caso che proprio la nostra città guardi con interesse a questo bacino prezioso. E, in occasione della presentazione del Piano Mattei, lo scorso gennaio l’ambasciatore di Rabat in Italia, Youssef Balla, è stato ospite di un interessante confronto, in cui si è ribadito come l’ Italia e il Marocco stiano costruendo un partenariato paritario e una cooperazione economica che puntano a promuovere lo sviluppo sostenibile di entrambi gli Stati.




