Da Bruxelles a Milano, ma sempre attraverso Brescia. Raisa Labaran, consigliera comunale con delega alla Sanità del Comune di Brescia e voce di riferimento all’interno delle comunità di migranti della città, durante questi primi giorni di ottobre ha partecipato ha due importanti appuntamenti dedicati al tema dell’accoglienza e dell’integrazione: prima a Bruxelles, per un evento sull’inclusione delle persone migranti nel mercato del lavoro, e poi a Milano, al convegno organizzato da Anolf (Associazione italiana oltre le frontiere) e Cisl Lombardia sul lavoro come «volano di integrazione». In una fase rilevante per il futuro delle politiche europee, alla ricerca di nuovi equilibri e accordi tra i Paesi membri e all’interno dei negoziati sul nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 dell’Unione, trovare modelli ed esempi di integrazione sociale sostenibili ed efficaci diventa fondamentale.
In particolare, la priorità è chiara già nei titoli dei panel dei tanti appuntamenti in cui si è snodato l’appuntamento belga: «Buone pratiche e prospettive per l’Europa», «Pratiche di successo e soluzioni concrete», «Perché un’integrazione lavorativa e sociale è possibile». Sono ambiziosi destinati a rimanere sulla carta o è davvero cambiata la sensibilità? Lo abbiamo chiesto alla consigliera Labaran, alla luce di quanto è emerso tra Bruxelles e Milano e, anche, a partire dall’esperienza di Brescia.
Consigliera Labaran, partendo da Bruxelles, se dovesse esprimere un giudizio complessivo sull’incontro cosa direbbe?
Martedì ho partecipato all’ultimo appuntamento di Amil, importante progetto europeo gestito dall’Associazione europea per la democrazia locale (Alda) per favorire l’inclusione delle persone con background migratorio, in particolare rifugiati e richiedenti asilo, nel mercato del lavoro. Brescia è tra i soci da tre anni: un modo per difendere tutti quei processi democratici che partono prima dal basso. Così è stato con Epic per esempio e la sua evoluzione in Epic-Up, rete di autorità locali e Ong partner europee. Un bel modo di confrontarsi per capire insieme come possiamo fare meglio.
Insieme a Brescia quali altre realtà sono state chiamate a partecipare?
Per l’Italia solo Brescia e Roma, una grande soddisfazione per noi. Tra l’Europa c’era il Portogallo, Cipro e Atene tra gli altri. Si respirava un bel clima. C’è voglia di fare. Tanti i nodi da sciogliere e quelli da imbastire, ma l’entusiasmo fa la differenza. E se guardiamo a Brescia sono tanti i passi fatti. Penso alla cargo bike nel progetto «Dialoghi urbani» per esempio, «Spazio Comune», la firma della Carta per l’integrazione dei rifugiati. E così l’essere capofila del Progetto Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) e del Fami (Fondo asilo, migrazione e integrazione). Al momento è in corso anche un tavolo programmatico che coinvolge Asst, Prefettura e i progetti Sai per capire come risolvere quei nodi che bloccano la presa in carico delle persone con fragilità, per inserirle poi all’interno del processo di integrazione lavorativa.

Quindi si può dire che Brescia sia un buon esempio.
Assolutamente sì, Brescia è un buon esempio. È stato un onore essere invitati a raccontare i nostri progetti. Una similitudine di intenti e obiettivi che si è tradotta in un dialogo comune molto positivo.
Quindi i panel della settimana belga sull’inclusione migrazione e lavoro titolano bene: c’è davvero ottimismo e il tema della migrazione non viene avvertito solo come un problema, ma anche come una potenzialità.
Sì, la migrazione non viene sentita solo come una necessità o un tema divisivo, ma una realtà che non si può più trascurare. C’è molta più sensibilità. Tutti abbiamo espresso l’esigenza e la voglia di avere formazione e strumenti da mettere in azione nei propri contesti locali.
Tra le varie esperienze di accoglienza e integrazione portati al tavolo, quale l’ha colpita di più?
L’esperienza di Cipro. Da una provocazione, tipica osservazione di stampo populista: «Non hanno niente, ma il cellulare tra gli ultimi modelli non manca!», hanno ideato un progetto efficace sotto più fronti. Un laboratorio di rigenerazione dei telefoni, poi esteso anche ai computer, che ha insegnato un lavoro, trovato un’occupazione ai migranti del progetto, ma che ha saputo anche creare inaspettatamente una rete con il territorio, facendo combaciare quella domanda di lavoro e offerta così difficile da far dialogare. Un network efficace, partendo da un cellulare! Non servono le grandi idee, anche le piccole possono diventare grandi e fare la differenza.
Parlando di numeri e di domanda-offerta di lavoro, a luglio il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il rapporto annuale «Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia». I dati segnano un incremento di assunzioni di immigrati, con un massimo storico mai registrato: tuttavia, pare non corrispondere troppo alla realtà. O è solo una percezione?
No, purtroppo non è una percezione. I dati dicono la verità, ma manca ancora un incontro tra domanda e offerta che funzioni, e a dirlo sono gli stessi imprenditori bresciani.
Qual è il principale ostacolo? La burocrazia?
La burocrazia, soprattutto, è l’ostacolo più persistente. Il sistema si inceppa. Con permessi di soggiorno temporanei e troppo brevi un datore di lavoro non assume. Un processo che va accelerato e rivisto. E non sarà facile, pensando al recente Patto per la migrazione, siglato dal governo, che irrigidisce i paletti. Nel contesto nazionale Brescia è tra gli esempi più virtuosi – non virtuosissimi, ma virtuosi. La nostra Prefettura fa un buon lavoro di apertura in questo senso.
E oltre alla burocrazia cosa potrebbe favorire il processo?
Una rete più efficace, finora è ancora troppo debole. Sembra scontato, ma è un punto fondamentale e su cui può ragionare ogni realtà: la burocrazia investe più livelli, la rete può essere promossa anche dalla piccola realtà locale.
Di questo avete discusso il 9 ottobre a Milano al convegno promosso da Anolf e dalla Cisl regionale «Lavoro, volano di integrazione: dalle buone prassi a una nuova agenda per la Lombardia»?
Sì, è stato il punto più concreto discusso e per tradurre Bruxelles in una dimensione più vicina. Perché non si può parlare di sviluppo senza partire dal territorio.
Un’osservazione per concludere: considerando che al centro della migrazione c’è la persona, come si può costruire un dialogo tra i vari soggetti che sia sostenibile, efficace e al tempo stesso capace di dare dignità al singolo?
Quando si parla di migranti troppo spesso ci dimentichiamo della loro storia: il trauma migratorio, la tratta, le aspettative per un riscatto personale, la disillusione e le difficoltà poi. C’è un disagio psichico e una fragilità non indifferenti che non possono essere trascurate. Se vogliamo favorire l’inclusione sociale e lavorativa non possiamo dimenticare di mettere al centro la persona. Serve un approccio interdisciplinare e multifunzionale che tenga in considerazione più aspetti e metta in campo forze e soggetti diversi tra loro in sinergia. Se davvero vogliamo una società equa dobbiamo affrontare le sfide, cercando di intercettare i bisogni di tutti.



