Opinioni

Migrare e morire nel vuoto della politica europea

È stata celebrata la Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita con legge del 21 marzo 2016
Paolo Corsini

Paolo Corsini

Editorialista

Un intervento di salvataggio
Un intervento di salvataggio

È stata celebrata la Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita con legge del 21 marzo 2016. Tre anni prima, il 3 ottobre, a un miglio da Lampedusa, in seguito a naufragio, perdono la vita 368 persone, in larga prevalenza cittadini eritrei, senza che i soccorsi, arrivati in ritardo, possano intervenire. Il recupero dei corpi dura un’intera settimana. L’11 ottobre successivo una nuova tragedia: 160 vittime annegano a 60 miglia a sud dell’isola. Sono in massima parte siriane, e il loro naufragio avviene al termine di un ennesimo conflitto di giurisdizione tra Italia e Malta.

Il 3 ottobre assurge dunque per l’enormità di quanto accaduto, a simbolo non solo per l’Italia, ma pure per l’Europa in quanto denuncia l’incapacità, la non volontà di gestire i flussi migratori che hanno come destinazione il vecchio continente: impreparazione, sottovalutazione, assenza di una visione strategica sono tutti fattori che portano allo scoperto la rinuncia ad un ruolo e l’abdicazione dagli stessi valori fondativi della nostra civiltà; lo sguardo rivolto agli appuntamenti elettorali più che indirizzato all’adozione di precise scelte, di prospettive di ampio respiro che tengano conto di un fabbisogno demografico e lavorativo fondato sulla realtà.

Che piaccia o no si calcola che rispetto al 2050 l’Europa avrà bisogno di 50 milioni di nuovi ingressi per mantenere stabile la sua popolazione e di 80 milioni di lavoratori per garantire la propria capacità produttiva nei diversi settori. Quanto all’oggi il Mediterraneo – le recenti vicende di Ceuta lo confermano – è senza dubbio un confine tra i più pericolosi al mondo.

Sono decine di migliaia i morti dopo che si è posto fine all’operazione «Mare nostrum» di pattugliamento e di salvataggio e dopo quella successiva denominata «Triton». Esse hanno perso progressivamente peso e importanza, lasciando a poche Ong il compito di intervento umanitario e alla guardia costiera libica il lavoro sporco di respingimento sulla costa di partenza.

A maggior ragione pertanto il naufragio del 3 ottobre 2013 continua ad essere simbolo di un fallimento disastroso. Soprattutto considerando che la questione immigrazione, con tutto quel che comporta per il rispetto di doveri ed il riconoscimento di diritti, per la definizione di regole, degli strumenti della loro attuazione, è stata disattesa dagli Stati nazionali e dall’Unione europea nel suo complesso. Col risultato dell’affermazione di correnti di opinione e di formazioni politiche di ispirazione xenofoba e razzista che sono riuscite ad imporla come il capro espiatorio di una somma di questioni economiche, sociali e culturali di lontana ascendenza e che vanno ben al di là di essa. Al punto che sulle parole d’ordine che riguardano l’immigrazione si possono vincere o perdere le competizioni elettorali.

Certamente il fenomeno, tanto più quello irregolare, suscita un cumulo oneroso di problemi, ma proprio questo banco di prova l’Europa continua a disertare, poiché le è impedito, da politiche nazionali volte a tutelare interessi di parte, di assumere ruoli e competenze che le sarebbero del tutto pertinenti: accordi con i Paesi di partenza e di transito, gestione dei flussi, difesa dei confini, distribuzione dei migranti, passaggio da politiche emergenziali all’assunzione di misure fisiologiche tali da poter fronteggiare pure i processi di integrazione delle presenze di seconda e terza generazione, in modo da prevenire e contrastare pratiche e atteggiamenti di rifiuto dovuti a frange radicalizzate e marginalizzate.

Quanto all’Italia va segnalata una coincidenza emblematica: il 3 ottobre 1935 segna l’inizio dell’occupazione fascista in Etiopia, nel corso della quale il regime si macchia di orrendi crimini, facendo ricorso all’uso di gas: una eredità di violenza rimossa nella coscienza collettiva in nome del mito degli «italiani brava gente» che offusca la realtà di colonizzatori, continuando a ispirare una retorica di facciata sulla disponibilità all’accoglienza. Di qui il valore della legge istitutiva della Giornata. Essa persegue il fine di «conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni, alla miseria». Una sottolineatura indirizzata all’opinione pubblica in nome della dignità umana come valore universale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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