L’esodo di Ceuta ha riacceso i riflettori sull’immigrazione e in Italia ha animato un dibattito prima d’ora sopito sulla gestione del fenomeno entro i confini. Ma seppur impressionanti, le immagini nell’exclave europea non sono la fotografia degli arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale. Ed offrono un racconto falsato.
Dimezzati
Nel corso del 2026, infatti, in tutto il vecchio Continente si è assistito ad un vistoso calo di sbarchi sulle coste e di arrivi di persone in fuga da guerre, pestilenze e fame nei luoghi d’origine. Una diminuzione di cui anche e soprattutto l’Italia ha visto tracce tangibili. Al 15 luglio scorso hanno messo piede su suolo italiano 15.323 persone, il 54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano 33.116.
Come in uno schema piramidale senza soluzione di continuità, la mole dei flussi si riflette in proporzione anche sui territori e sulla locale gestione dell’immigrazione. Nel Bresciano, terra storicamente permeata da un’accoglienza diffusa, il sistema ospita oggi 1.471 migranti (dato aggiornato al 5 luglio). Vivono in ex alberghi, capannoni, strutture in disuso: a gestire i 130 Centri di accoglienza straordinaria disseminati dalla Valcamonica alla Bassa sono 15 enti. Il numero salta all’occhio, perché fino allo scorso anno nel Bresciano i migranti ospitati oscillavano sempre sulle 1.700 unità, mentre nei periodi di grandi flussi la soglia veniva persino superata. Oggi ci sono quindi quasi 300 richiedenti asilo in meno rispetto allo standard: un indicatore.
I Cas bresciani
Tra i Cas più grandi della provincia c’è l’ex hotel Niga di Azzano Mella, gestito dalla cooperativa «Un sole per tutti» che si occupa di 200 richiedenti asilo distribuiti su cinque location. Nella frazione Corvione a Gambara i migranti ospitati sono circa 180, a seguito di un provvedimento di ampliamento dei posti disposto dalla Prefettura. Ad essi si aggiungono poi circa 600 persone coinvolte nel Sistema accoglienza e integrazione (Sai) dedicato a coloro che vengono considerati idonei all’ottenimento della richiesta di protezione internazionale.

«Non c’è pressione sul sistema di accoglienza bresciano», conferma la Prefettura di Brescia, in costante contatto con la Commissione Territoriale per il riconoscimento protezione internazionale, organo che si occupa quotidianamente di esaminare le domande di asilo e decidere se concedere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria ai cittadini stranieri.
Oggi in provincia ci sono circa 9.500 persone in attesa del riconoscimento di protezione internazionale (meno dell’1% di tutta la popolazione bresciana) ma la stragrande maggioranza (quasi 8mila) non è ospitata in Cas o Sai né in strutture dei Servizi sociali dei comuni. Esiste infatti una realtà parallela e silenziosa ma in forte crescita, che spesso sfugge alla narrazione degli sbarchi, dei centri o delle tendopoli d'emergenza: quella delle persone che, pur in attesa dell’esito della propria domanda di protezione internazionale, vivono in totale autonomia abitativa, pagando una casa in affitto o trovando ospitalità presso la propria rete di parenti e connazionali.

Alternative
Per chi ha già familiari a Brescia, l’ospitalità iniziale è la via più rapida ma per molti pagare un affitto regolare è considerato il primo vero passo verso la stabilità e la dignità personale.
Chi riesce a trovare un impiego – spesso nei settori della logistica, dell’agricoltura, della ristorazione o dell’edilizia – cerca così una sistemazione indipendente. È il caso degli ucraini, che dopo l’invasione russa nel 2022 si riversarono in massa anche in Italia (vivono ancora in provincia oltre 2mila persone). Ma sempre più profughi provenienti da Afghanistan, Medio Oriente o Africa subsahariana se possono fanno la stessa scelta.




